domenica 19 aprile 2015

"Stalin + Bianca", Iacopo Barison


Purtroppo il tempismo non è dalla mia parte nello scrivere di questo libro. Pochi giorni fa, infatti, "Stalin + Bianca" non ce l'ha fatta, e non è entrato a far parte della rosa di semifinalisti del premio Strega. Eppure è straordinario che un piccolo libro di un ragazzo giovanissimo come Iacopo Barison (classe 1988), edito dalla casa editrice indipendente Tunué nella collana Romanzi, curata da Vanni Santoni, sia stato nominato e preso in considerazione per un premio che molto spesso ha fatto dell'immobilismo e della convenzionalità il proprio marchio di fabbrica. Che le cose stiano finalmente cominciando a muoversi? Barison nonostante la giovane età ha già pubblicato un romanzo, apparso sul suo blog (Xanax & Co.), e collabora con minima&moralia. "Stalin + Bianca" prende il nome dai due protagonisti di questa storia: Stalin ha 18 anni, dei grandi baffi che gli sono valsi il suo soprannome, e un grave problema di gestione della rabbia. Ha solo due amici: Jean, un vecchio guardiano che in realtà lo sfrutta, e Bianca, una bella ragazza cieca, per cui Stalin nutre un amore platonico. Il ragazzo vorrebbe fare il regista, ma passa le sue giornate lavorando in un cinema multisala e svolgendo lavoretti per Jean, in una grigia periferia degradata e anonima. Dopo una violenta lite con il compagno della madre, convinto di averlo ucciso a causa della sua incontrollabile furia, Stalin decide di fuggire insieme a Bianca. Senza denaro e senza prospettive, i due ragazzi intraprendono un viaggio attraverso una nazione sull'orlo del baratro, in uno scenario quasi apocalittico, dove gli arcobaleni si sono estinti e con essi la speranza. Nessun luogo, nessun personaggio, eccezion fatta per i due protagonisti, viene nominato. Il Paese che i due ragazzi attraversano potrebbe essere l'Italia, oppure no, e l'apocalisse che la telecamera di Stalin immortala potrebbe essere il presente, oppure no. Tutto fa da sfondo alla storia di questo ragazzo. Ma non aspettatevi un romanzo di formazione o un viaggio della speranza: tutto appare immobile, statico. Nulla si evolve davvero, in primis non lo fa Stalin, e nel finale nessun arcobaleno compare a illuminare il suo cammino. 
Questa storia molto triste e dai toni spesso claustrofobici, è scritta molto bene. Iacopo Barison scrive con grande talento e alcuni passaggi sono estremamente poetici. Fa un uso del dialogo davvero interessante e mai banale: i discorsi tra Bianca e Stalin, spesso sfociano in silenzi che vengono riempiti dai pensieri del ragazzo, ma il passaggio è tanto naturale che il ritmo della narrazione non subisce variazioni, e il flusso di coscienza è strumento necessario per dar voce al protagonista. Ciò che potrebbe migliorare la sua scrittura è solo un pizzico di naturalezza in più (dietro ogni parola si sente il lavoro e la ricerca minuziosa che l'autore ha compiuto, ma in alcune occasioni questo fa suonare l'intero passaggio poco naturale, vagamente forzato), ma l'esperienza di certo giocherà un ruolo decisivo in questo. "Stalin + Bianca" è qualcosa di molto nuovo e diverso per il panorama letterario italiano, è una boccata d'aria fresca, un romanzo dal respiro meno provinciale di molti libri che ogni anno vengono pubblicati nel nostro Paese. Di certo sentiremo ancora parlare di questo giovane scrittore, vi consiglio di tenerlo bene a mente. 

martedì 31 marzo 2015

“Storia di chi fugge e di chi resta”, Elena Ferrante

Non si fa altro che parlare di Elena Ferrante, a quanto pare, e non solo in Italia. Anche all’estero, escono le traduzioni dei suoi libri, si pubblicano recensioni e articoli in cui si fanno congetture sulla sua identità. Qui in Inghilterra non vi è libreria in cui non sia esposta la tetralogia napoletana, in moltissime librerie Waterstone (dove i commessi espongono sugli scaffali i loro libri preferiti, apponendo fascette ad hoc in cui spiegano cosa amano e perché il cliente dovrebbe leggere un certo romanzo) “L’amica geniale” è indicata tra i “colpi di fulmine” dei lettori. In Italia insieme alla fama della tetralogia cresce la schiera dei suoi detrattori, in uno stile che, come avevo gia denunciato in un post precedente, è molto italico (e alquanto odioso). Sei famoso e vendi? Ti amano all’estero? Per forza ti dobbiamo snobbare (arrivando al punto di paragonare i tuoi libri a dei romanzetti rosa un po’ pruriginosi), dobbiamo odiare ciò che scrivi e trovare qualcosa di losco nel tuo successo. Se poi sei una donna (forse) che scrive di donne, e se non vuoi mostrare da anni il tuo volto ai giornalisti e ai tuoi lettori, allora sei anche colpevole di qualche strano giochetto editoriale, di codardia o di chissà quale altro imperdonabile crimine. Ho già scritto un paio di volte di Elena Ferrante (troverete nel blog la recensione de “L’amica geniale”), e sono una delle sue ammiratrici, seppur non della prima ora. Il mondo dei lettori a quanto pare si divide tra i suoi accaniti fan e i suoi imbestialiti antagonisti. Con la candidatura allo Strega, preparatevi a sentirne molto parlare (male o bene).
Ma passiamo a cosa davvero mi/vi interessa: “Storia di chi fugge e di chi resta”. Lena e Lila sono cresciute. Lena ha studiato alla Normale di Pisa, si è laureata, ha conosciuto Pietro Airota, figlio di una famosa coppia di intellettuali e accademici, e sta per sposarlo. Ma soprattutto l’avevamo lasciata alla fine di “Storia del nuovo cognome” a presentare il suo primo romanzo e a ritrovarsi davanti, dopo anni, il suo primo amore, Nino Sarratore, tornato dal passato come un fantasma. Lila invece vive la sua difficile condizione di donna separata e di madre single. Lavora in una fabbrica di insaccati e deve lottare per la sopravvivenza quotidiana con la sua solita ferocia. Come spesso è accaduto nel passato, la loro amicizia sembrava finita, ma poi, nel momento del bisogno, Lila è ricomparsa, portando squilibrio e insicurezza nella vita di Elena. Questa si trasferisce a Firenze e comincia la sua nuova vita di moglie e madre, divisa tra il suo bisogno di primeggiare e lavorare al suo secondo romanzo, l’impegno politico, e il suo desiderio di dimostrare al mondo, a Lila, ma soprattutto a se stessa, di aver meritato il proprio successo, ma anche tra la maternità, la mancanza di tempo, la dura scoperta della vera natura di Pietro, egoista e problematico, concentrato solo sulla propria carriera e insensibile ai bisogni e ai desideri della moglie. Lila e Lena crescono e affrontano la disillusione della vita, a distanza ma in qualche modo unite dal loro rapporto di amore e odio, di viscerale sorellanza e di morbosa competizione. Le insicurezze di Lena sono le insicurezze di tutte noi: sempre alla ricerca della perfezione, del miglioramento, ma non per un bisogno personale, quanto per mettere a tacere la paura di non essere all’altezza di coloro che la circondano, di non essere degna della loro fiducia. Nonostante l’università e la carriera di scrittrice, Elena Greco resta Lenuccia, la ragazzina insicura del rione, che cerca disperatamente l’approvazione di tutti, che tenta di dimostrare di essere migliore di Lila, suo punto di riferimento e modello. Il loro rapporto contorto, spesso incomprensibile e contraddittorio, è il motore e l’anima di questo terzo capitolo della tetralogia. L’amore è forte ma a tratti pare dominare l’odio, la volontà di ferire e di ferirsi. Perché se Lila soffre, soffre anche Lena, ma questo non le ferma nel loro gioco autodistruttivo. Lila continua a vedere nell’amica la sua via di fuga dal rione, da Napoli, dalla grama vita a cui è stata destinata, ma nel far ciò diventa spietatamente esigente e crudelmente critica verso l’amica, che invece vorrebbe solo sentire l’appoggio, l’approvazione e, soprattutto, l’invidia dell’altra, la sua ammissione di aver perso la guerra instaurata nell’infanzia. Ma Lena e Lila sono indivisibili perché sono una diversa sfaccettatura della stessa donna, forte, indomita, incapace di accettare in silenzio le regole imposte da un mondo in cui sono gli uomini a dominare, in cui le donne hanno potere tra le mura di casa e solo se fanno il gioco dei loro padri, fratelli, mariti. Gli uomini, nella tetralogia de “L’amica geniale” sono tutti tristemente uguali, qualunque sia la loro estrazione sociale e la loro educazione. Deboli, spaventati dai cambiamenti del mondo (in questo libro stiamo attraversando gli anni ’70 con le loro rivoluzioni culturali e con la nascita del movimento femminista), violenti quando sentono vacillare il dominio imposto alle loro donne. Ma se le loro madri hanno sempre accettato il giogo e la violenza, rinunciando alle ambizioni personali a scapito dei bisogni dei loro mariti, Lila e Lena sono diverse, sono embrioni di donne moderne, che vogliono emanciparsi, che vogliono i loro desideri (anche sessuali) diventare realtà, ma che ancora devono scontrarsi con l’educazione loro impartita, con la cultura forte e difficilmente cancellabile del rione. È emblematico che Lena tenti di far parte di un gruppo di intellettuali femministe a Firenze, o cerchi di accettare le idee e il comportamento della cognata Mariarosa, libertina, comunista e fortemente femminista, ma che in fondo tenda sempre a giudicare con gli occhi di sua madre, la verace casalinga napoletana che si scandalizza per un matrimonio civile. Ma questo rende le due protagoniste delle donne vere di un’epoca che ormai potrebbe sembrare lontana, donne combattute e sfaccettate, che cercano di conquistare la libertà coi loro mezzi personali e non attraverso il percorso prestabilito da altri. Lo stesso vale per la lotta sindacale di Lila, che rinuncia formalmente al supporto del partito comunista e intraprende una battaglia personale, quasi fisica, contro il suo datore di lavoro.
“L’amica geniale” e i romanzi che compongono questa tetralogia sono moltissime cose, ma di certo non sono un romanzetto rosa per casalinghe disperate. Sono una storia vera e vibrante di donne che lottano, spesso con metodi sbagliati, per ottenere una vita migliore. Sono una storia d’Italia vista con gli occhi dei più deboli, dove i grandi fatti sono sfondo di esistenze vere, e tragedie personali e storia si mescolano, diventano inseparabili. È una storia di amicizia e sorellanza che sconfigge il tempo, è il racconto di due donne che vogliono farcela.
Non so se Elena Ferrante sia una donna, un uomo, un gruppo di scrittori, un’operazione commerciale ben architettata e riuscita. Ma so che “Storia di chi fugge e di chi resta” è l’ennesimo splendido libro che porta questo nome in copertina. Vedremo quale sarà il verdetto dello Strega, vedremo molti, moltissimi altri articoli in cui si faranno congetture, in cui si criticherà, in cui si faranno paragoni ridicoli, molti, moltissimi altri in cui si loderà con passione l’opera di questo fantasma letterario. Non so quanto questo possa giovare al panorama culturale italiano, non so neppure se questo davvero mi interessi. Ma come lettrice non vedo l’ora di leggere “Storia della bambina perduta”, perdermi tra le sue pagine, amare, odiare, vivere con Lila e Lena per un’ultima indimenticabile volta. 

domenica 29 marzo 2015

“Il Baco da Seta”, Robert Galbraith

Cormoran Strike ritorna dopo il successo de “Il richiamo del cuculo”. Sono passati alcuni mesi da quando il detective ha risolto il misterioso caso Lula Landry, la supermodella londinese precipitata dal balcone di casa propria. La fama acquistata grazie al caso Landry lo ha aiutato a espandere la propria clientela, a sistemare le proprie finanze, e così facendo ha potuto offrire un posto fisso alla fida e brillante Robin, la segretaria che lo ha aiutato in precedenza. Le loro esistenze stanno lentamente tornando alla normalità, da quando l’interesse della stampa è calato. Robin sta per sposare Matt, nonostante le divergenze che riguardano il lavoro della ragazza, che il fidanzato non approva; Cormoran ha finalmente un appartamento, si occupa di più del proprio moncherino, ha molto lavoro, per lo più amanti, mogli e mariti fedifraghi da sorvegliare, e sta dimenticando Charlotte, dopo sedici anni di burrascosa relazione. Un giorno la tranquilla routine del detective e della sua assistente viene sconvolta dall’arrivo in ufficio di Leonora Quine, che denuncia la scomparsa del marito, lo scrittore Owen Quine. L'uomo si è dato alla fuga dopo una furiosa lite pubblica con la sua agente, a causa del suo ultimo libro, Bombyx Mori, il baco da seta, un romanzo crudo e allegorico in cui lo scrittore si dipinge come vittima di una serie di personaggi, in cui sono facilmente individuabili persone autorevoli dello scenario editoriale londinese: oltre alla moglie e all’amante, Kathryn Kent, infatti Quine deride e accusa la propria agente, Elizabeth Tassel, il suo editor, Jerry Waldegrave, l’editore, Daniel Chard, e un famoso scrittore di fama internazionale, Michael Fancourt, suo acerrimo nemico da anni. Il libro non ha visto le stampe, a causa del suo contenuto volgare e diffamatorio, ma l’intero panorama editoriale e culturale londinese ne parla, proprio per via delle dure accuse che Quine, allegoricamente ma non troppo, lancia a coloro che considera i fautori della propria sfortuna letteraria. Il romanzo si conclude con i sette personaggi che Bombyx Mori incontra lungo il suo viaggio che lo uccidono e fanno scempio del suo corpo, banchettando della sua carne. Cormoran inizia la ricerca, tentando di capire meglio Quine, un narcisista eccentrico e piuttosto perverso, e di carpirne i segreti attraverso i reticenti racconti della moglie, i pettegolezzi e le mezze verità degli addetti ai lavori della sua casa editrice. Ma la situazione precipita quando il corpo di Quinde viene ritrovato, orribilmente mutilato e sventrato, come quello del protagonista del suo romanzo. Tutti gli indizi portano a Leonora, ma l’istinto di Strike lo spinge a indagare, per tentare di risolvere un mistero sempre più fitto. Chi poteva conoscere il finale di un libro tenuto segreto? E chi odiava Owen Quine a tal punto?
J.K.Rowling torna a scrivere sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith e torna con un giallo molto ambizioso. Caduta la maschera di anonimato che l'aveva protetta all'uscita de "Il richiamo del cuculo", le aspettative erano tante, soprattutto tra i suoi fans. E queste probabilmente rimarranno solo parzialmente soddisfatte. La Rowling scrive bene, come già detto in precedenza dopo l'uscita de "Il seggio vacante", ha un'ottima capacità di descrivere i personaggi, di renderli umani e vivi. La narrazione è piena di ritmo, difficilmente ci si stacca dal libro prima del finale. Ma l'opera è forse un po' troppo pretenziosa nell'insieme. Mette moltissima carne al fuoco che però poi viene un po' dimenticata (io sono checoviana, se nella prima scena del dramma, c'è un fucile appeso alla parete, questo dovrà sparare nell'ultimo atto). Forse ambientare un giallo nel mondo dell'editoria è un po' pericoloso, visti i complessi meccanismi che la regolano, anche se è molto interessante la critica che la Rowling rivolge ai propri colleghi e collaboratori (con meno volgarità e più classe del Bombyx Mori di Quine, ma anche lei pare togliersi qualche sassolino dalla scarpa). Di certo è un poliziesco molto piacevole seppur con qualche pecca narrativa, ma forse meno riuscito de "Il richiamo del cuculo".

giovedì 12 marzo 2015

“Longbourn House” , Jo Baker

Longbourn si sveglia prima dell’alba, al canto dei galli, e subito cominciano le frenetiche faccende per portare alla vita la casa della famiglia Bennett. Sarah, strofinando nell’acqua gelata le sottovesti inzaccherate di fango di Elizabeth Bennett, pensa che se la sua giovane padrona e le sue sorelle dovessero anche solo una volta occuparsi del proprio bucato, forse sarebbero più attente durante le loro passeggiate. Avete letto bene:  Longbourn ed Elisabeth Bennett. Stiamo parlando di “Orgoglio e Pregiudizio” ma leggendo questo piacevole romanzo di Jo Backer non aspettatevi molte crinoline, nastri e the delle cinque, ma piuttosto torte che attendono di essere infornate, panni da lavare e pavimenti da spazzare. Siamo a casa Bennett, i Bingley sono appena arrivati a Netherfield Park, la milizia si sta accampando a Meryton, e le vicende delle sorelle più famose della letteratura inglese ci vengono raccontate dal punto di vista di coloro che in “Orgoglio e Pregiudizio” rimangono nell’ombra: la servitù. Sarah è la protagonista: ha vent’anni e, seppur Longbourn  sia l’unico mondo che abbia mai conosciuto, sente che  suoi piccoli confini la stanno soffocando. La sua vita, scandita dai ritmi delle faccende domestiche, viene sconvolta dall’arrivo del misterioso James Smith, assunto come cocchiere e domestico dai Bennett, che legge libri di filosofia e nasconde una borsa di conchiglie. Dapprima piena di speranze e di aspettative, il giovane è infatti il primo uomo, oltre a Mr Bennett e a un vecchio servitore, a fare parte della sua vita, Sarah ben presto si ritrova a detestare James e la sua alterigia. Fin dall’inizio è chiaro che la storia di James e Sarah, nonostante l’escalation di incomprensioni, l’orgoglio e il pregiudizio, sia destinata a seguire il destino di quella che sta sviluppandosi al piano superiore, tra Elizabeth Bennett e Mr Darcy. Ma purtroppo il percorso che porta alla felicità è costellato di ben altri ostacoli per coloro che provengono dalle fasce più povere della popolazione e James e Sarah dovranno lottare duramente per vedere il loro amore trionfare.
“Longbourn House” è un romanzo piacevole e senza particolare infamia né lode. La vita quotidiana della servitù in una casa di inizio Ottocento, di medie dimensioni e di limitati mezzi economici è descritta in modo molto veritiero, ed inoltre viene approfondito il contesto storico in cui si svolgono le vicende, del tutto assente nell'opera originale (oltre alle idilliache campagne inglesi c'è un'Europa flagellata dalle guerre e dal bonapartismo). Le storie della governante, Mrs Hill, di suo marito e della piccola Polly si intrecciano con le avventure di Sarah e James rendendo vivido e a tratti struggente il racconto. A non uscirne benissimo invece sono i personaggi principali di “Orgoglio e Pregiudizio”. Le sorelle Bennett sono oziose e frivole e, per quanto gentili con Sarah, sono spesso dipinte dalla loro cameriera come viziate ed egoiste. Mr Darcy viene affrontato direttamente dalla giovane solo una volta e l’impressione è che il pregiudizio di Elizabeth non fosse poi tanto infondato. Ma anche se avete amato molto il tagliente e sagace Mr Bennett dovrete subire una bella doccia fredda. Questo è un romanzo che può piacere sia ai fans di “Orgoglio e Pregiudizio” (è sempre bello tornare nei luoghi amati) ma che non è indirizzato esclusivamente a coloro che hanno letto il celeberrimo romanzo di Jane Austen. Le due opere infatti si integrano e procedono perfettamente in parallelo, e Polly, Sarah e Mrs Hill raccolgono le confidenze dei padroni, origliano le loro conversazioni, sono sempre presenti, seppur nell’ombra, ad ogni evento importante della famiglia Bennett, che ci viene quindi narrato da un punto di vista del tutto inedito.

domenica 22 febbraio 2015

"Noi", David Nicholls

Douglas e Connie sono due persone completamente diverse. Connie è un'artista, sognatrice, caotica, Douglas è un biochimico, preciso, ossessivo nella sua ricerca dell'ordine e della perfezione. Eppure, nonostante le differenze, i due si innamorano e trascorrono venticinque anni insieme, tra alti e bassi. Fino a una notte d'estate, in cui Douglas viene svegliato da Connie che gli annuncia di volerlo lasciare non appena Albie, loro figlio, partirà per il college. Nonostante la crisi di coppia, la famiglia Petersen decide di partire per il "Grand Tour", un viaggio lungo un mese, in giro per l'Europa, per visitare i musei e le gallerie d'arte più famosi del mondo. Se per Connie questa rappresenta l'ultima vacanza della famiglia unita e per Albie è una tortura dover viaggiare con i propri genitori invece di andare a Ibiza con gli amici, per Douglas il viaggio rappresenta l'ultima possibilità di riconquistare Connie e salvare il suo matrimonio. Ma ben presto le tensioni accumulate negli anni hanno il sopravvento e il  rapporto conflittuale tra padre e figlio intossica lo spirito della vacanza, tanto da indurre Albie, dopo l'ennesima lite con suo padre, a fuggire con Kat, una giovane artista di strada. Douglas si mette sulle sue tracce, in un disperato tentativo di riunire la sua disastrata famiglia, ricucire il rapporto con suo figlio e riconquistare il cuore di Connie.
"Noi" è il secondo romanzo di David Nicholls che leggo, dopo "Un giorno", il libro che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Dall'amore tra due persone che crescono insieme, Nicholls passa ad un'altra generazione, quella dei cinquantenni. Se  "Un giorno" mi era molto piaciuto perché (al netto della lacrimosa storia d'amore) rappresenta in modo molto veritiero e accurato il passaggio dagli spensierati vent'anni alla vera età adulta, "Noi" mi ha creato non poca ansia. Di nuovo il punto focale della mia attenzione non è la storia d'amore (un divorzio dopo venticinque anni insieme deve essere tremendamente straziante, ma Connie e Douglas sono oggettivamente due persone antitetiche, e a tratti ne sono fin troppo consapevoli), ma il complicato rapporto tra Albie e Douglas. Sia da un punto di vista di figlia, sia di potenziale futura genitrice, il circolo vizioso di tensioni, accuse, incapacità di dialogo tra padre e figlio (con la madre che tenta, con non troppo successo, di mantenere un ruolo neutrale) sono stati estremamente ansiogeni durante la lettura. Passavo dall'immedesimarmi con l'uno e con l'altro personaggio, sentendo sempre e comunque il peso di questo muro di incomunicabilità tra i due, la frustrazione di tutti quei tentativi fallimentari di distendere le cose. La colpa, in questo caso come in quasi tutti i casi, non sta mai da un'unica parte ed è un buon esercizio sentire le ragioni di entrambe le generazioni.


Nicholls è un buono scrittore. Ha un acuto senso dell'umorismo e, forse per la sua esperienza come sceneggiatore televisivo e cinematografico, le sue storie non sono mai banali nel loro svolgimento e i personaggi e il loro mondo sono coinvolgenti e vivi. Questo fa di " Noi" un libro che si legge con piacere, anche se mai a cuor leggero.

sabato 24 gennaio 2015

"Il cardellino", Donna Tartt


And I feel I have something very serious and urgent to say to you, my non-existent reader, and I feel I should say it as urgently as if I were standing in the room with you. That life – whatever else it is – is short. That fate is cruel but maybe not random. That Nature (meaning Death) always wins but that doesn’t mean we have to bow and grovel to it. That maybe even if we’re not always so glad to be here, it’s our task to immerse ourselves anyway: wade straight through it, right through the cesspool, while keeping eyes and hearts open. And in the midst of our dying, as we rise from the organic and sink back ignominiously into the organic, it is a glory and a privilege to love what Death doesn’t touch

“Il cardellino” è un piccolo e prezioso dipinto fiammingo del 1654. Il suo autore, Carel Fabritius, morì tragicamente nell’esplosione dell’arsenale di Delft lo stesso anno e con lui scomparve anche gran parte della sua inestimabile opera. Questo piccolo dipinto è il cuore del terzo romanzo di Donna Tartt (per il quale è stata insignita del Premio Pulitzer nel 2014) e come il suo protagonista è un sopravvissuto. Theo Decker è un tredicenne di Manhattan che vive solo con la madre, dopo che il padre, un ex attore di scarso successo, alcolizzato e malato di gioco d’azzardo, li ha abbandonati. A causa di una sospensione ottenuta nella sua costosa scuola privata, Theo e sua madre decidono di passare una mattinata al Metropolitan Museum of Art dove è temporaneamente esposto il dipinto preferito della donna, “Il cardellino”, appunto. Durante la visita un attacco terroristico distrugge il museo e Theo si ritrova orfano. Nella confusione del momento il ragazzino ruba il piccolo dipinto fiammingo, che da allora diventa sua personale ossessione e talismano. La morte della madre divide la vita di Theo in due parti, un prima e un dopo la tragedia. Sconvolto, spaesato e divorato da un dolore che lo isola sempre di più dal mondo esterno, dapprima viene affidato a una ricca famiglia di conoscenti, I Barbour, poi al padre e alla sua compagna Xandra, che misteriosamente ricompaiono nella vita di Theo e lo trascinano a Las Vegas. Qui Theo conosce quello che diventerà il suo grande amico e la sua nemesi, Boris, un novello Jack Dawkins (o un Lucignolo noir) che porta colore a ogni pagina in cui compare, ed è forse il personaggio meglio riuscito dell’opera. I due cominciano a vivere una vita in cui gli adulti non sono quasi mai presenti (e le loro incursioni generalmente hanno conseguenze violente e dolorose), una vita fatta di droga e alcol, piccoli furti ed espedienti di vario tipo. Ma mentre Boris cerca il divertimento sfrenato, Theo, affetto da una sempre più devastante sindrome post-traumatica, tenta di distruggere se stesso e avvicinarsi pericolosamente alla morte. Al suo ritorno a New York viene preso in cura da un venditore di antiquariato, Hobie, il cui socio in affari è rimasto vittima dello stesso attentato che ha ucciso la madre di Theo. Con lui quel giorno c’era Pippa, una diafana teenager dai capelli rossi, rimasta gravemente ferita durante l’esplosione. Theo coltiva un segreto e ossessivo amore per la ragazza, che vede come l’unica persona che possa davvero comprendere il suo devastato mondo interiore, e allo stesso tempo si rifugia nella bottega di Hobie, in mezzo ai suoi mobili antichi, cercando sicurezza e riparo nelle pieghe del legno ben restaurato, negli oggetti vissuti, sotto l’ala protettrice di questo uomo che è anche egli un po’ fuori dal tempo, coi suo modi gentili e la sua delicatezza d’animo (in pieno contrasto con la sua stazza, che lo rende un po’ un gigante buono).
“Il cardellino” e` un romanzo dal respiro antico. Innanzitutto la sua trama è decisamente Dickensiana (“Grandi Speranze” e “Oliver Twist” si fondono insieme e si trasferiscono negli Stati Uniti) con un orfano che deve imparare a badare a se stesso insieme a una guida, Boris, non troppo raccomandabile. Il suo stile invece mi ha ricordato i grandi romanzi russi: una vasta gamma di personaggi secondari che arricchiscono la narrazione, un intreccio complesso, un protagonista che è quasi un antieroe in balia del destino avverso, grandi passaggi descrittivi. In questo Donna Tartt ci offre un vero e proprio capolavoro della letteratura. Ogni personaggio, stato d’animo, paesaggio è descritto con minuzia maniacale, fino a restituire al lettore un oggetto in tre dimensioni, qualcosa di tangibile. La notte stellata nel deserto, il cane che incontra dopo dieci anni una persona che ha amato, il dipinto di Carel Fabritius, escono dalle pagine del libro, sono una cosa non solo reale, ma vera. Probabilmente ciò in cui eccelle la Tartt è però la grande capacità di destreggiarsi con i sentimenti: riesce davvero, come una direttrice d’orchestra, a creare una sinfonia perfetta, che tocca ottave elevatissime del pathos. Ma “Il cardellino” non è una mera riflessione sul dolore: il libro si dipana attraverso una trama fitta e complicata, passando per una lunga serie di crimini (e qui da “Grandi Speranze” passiamo a “Delitto e Castigo”). Il ritmo però non è quasi mai serrato, almeno per i buoni primi tre quarti del romanzo. Per questo non mi sono particolarmente stupita quando è stato dichiarato uno dei libri più abbandonati dai lettori sul dispositivo Kobo nel 2014. Si tratta di una lettura complessa e a tratti decisamente pesante, che può demoralizzare alcuni lettori. Ma se riuscirete a seguire il sofferto cammino di Theo verso l’età adulta, allora anche voi forse troverete un pezzettino di voi stessi o per lo meno uno splendido spunto di riflessione sul destino è la fatalità.

venerdì 21 novembre 2014

"Open", Andre Agassi

Non avevo mai letto un'autobiografia prima d'ora e ho acquistato "Open" con grande curiosità, dopo aver visto comparire questo titolo in molte delle famigerate liste di "10 libri preferiti" in circolazione su Facebook qualche tempo fa. Sono arrivata un po' in ritardo, se devo essere sincera, visto che "Open" è uscito nel 2009. Di Agassi sapevo ben poco: "tennista pop star dalla lunga chioma bionda" probabilmente è la perfetta sintesi delle informazioni archiviate nella mia memoria prima di leggere questo libro. Invece ho scoperto che Andre Agassi è molto di più. Il suo racconto comincia all'alba del suo ritiro dal mondo del tennis, dopo una carriera lunga oltre 20 anni, 8 slam e una medaglia d'oro olimpica, e da subito facciamo conoscenza con un corpo devastato da anni di agonismo e di battaglie, combattute sotto il sole o la pioggia, in tutti i campi da tennis del mondo, davanti a milioni di occhi. Ma veniamo anche a conoscenza del grandissimo segreto di Agassi, un segreto decisamente difficile da immaginare: Andre odia, con tutte le sue forze e senza ombra di dubbio, il tennis. L'odio è nato quando, ancora bambino, veniva obbligato dal padre a trascorrere ore nel campo da tennis di fronte a casa, colpendo palle lanciate a folle velocità da un marchingegno artigianale che il piccolo Andre ha rinominato "Il drago". Nonostante il tennis non gli piaccia affatto, continua a giocare per non deludere suo padre. A nulla valgono le ribellioni e i colpi di testa (i capelli selvaggi, gli orecchini, le divise coloratissime), il suo destino è inesorabilmente segnato dalla volontà del padre e dal suo genuino talento. Dai tornei amatoriali fino a quelli professionisti, Andre ci accompagna attraverso una carriera straordinaria, segnata da infortuni, epiche vittorie, momenti bui, dalla rivalità con Sampras e Becker, al raggiungimento del sogno di suo padre: essere il numero uno del mondo. Agassi si apre completamente al suo lettore mostrando il proprio io, che fin dalle prime righe appare ben più complesso di quanto si potesse immaginare vedendo la sua immagine pubblica. A colpire sono le sue contraddizioni: la finta capigliatura bionda e gli abiti sgargianti, cozzano con la sua continua ricerca di cose genuine, come il rapporto con il fido Gyl e la sua famiglia; il matrimonio hollywoodiano con Brooke Shields sembra del tutto inconciliabile con il suo amore quasi commovente per la teutonica Steffi Graff. Eppure Andre Agassi è tutto questo e "Open" è un cammino verso l'accettazione delle proprie contraddizioni e una sofferta presa di coscienza che passa attraverso il dolore fisico e la depressione, per giungere all'equilibrio e alla felicità. Seppure circondato da migliaia di persone, il tennista è sempre e irrimediabilmente solo di fronte al proprio avversario, abbandonato a sé stesso di fronte alle difficoltà. Solo conoscendosi alla perfezione si può vincere la partita, calibrando le forze, imparando a capire chi sta oltre la rete, continuando a lottare punto su punto, anche quando tutto sembra perduto. E in questo sta la forza di "Open": è una storia di tennis ma che parla soprattutto di vita, e lo fa attraverso la voce di un uomo sincero e incredibilmente "umano" nella sua fragilità. Una bella lettura anche per coloro che non sono troppo interessati a questo sport.

giovedì 6 novembre 2014

Un libro è un libro

Anche Letture Precarie partecipa alla campagna "Un libro è un libro", contro la "discriminazione" degli ebook. Al momento quando acquistate un libro pagate l'iva al 4%, mentre acquistando un ebook la pagate al 22%. Questo è assolutamente insensato e non aiuta la causa della diffusione della lettura. Per carità, il profumo della carta, il volume che fa arredamento e bla bla bla, ma leggere è leggere e un libro è un libro, comunque la si pensi. I supporti digitali sono in piena crescita e la vendita di ebook è in aumento persino in un Paese poco avvezzo alla lettura come il nostro (solo un italiano su dieci legge almeno un libro all'anno!). Perché quindi svantaggiare questo nuovo mezzo (e avvantaggiare invece la pirateria)? Partecipare alla campagna è facilissimo. Visitate il sito dall'iniziativa (o il profilo twitter o la pagina facebook), scattatevi una foto con il pollice verso e pubblicatela su istagram o su twitter con l'hashtag #unlibroèunlibro. Contribuirete anche voi a dar voce a questa giusta campagna.

martedì 4 novembre 2014

Elena Ferrante, o di come i critici italiani sappiano criticare quel poco di buono che riusciamo ad esportare

Questo è un post un po’ polemico e non si tratta di una recensione, bensì di un commento su un articolo uscito un mesetto fa su La stampa e che riguarda Elena Ferrante. Ho scoperto questa scrittrice grazie alla trilogia napoletana de “L’amica geniale” (per rinfrescarvi la memoria, avevo scritto del primo libro l’anno scorso e trovate il post qui). Ero rimasta piacevolmente colpita dalla scrittura vera, genuina, senza fronzoli di questa autrice, che avevo cominciato a leggere con molti dubbi. Non sono una grande amante della letteratura italiana contemporanea (leggasi degli anni 2000), purtroppo neglianni ho letto molti libri che ho sempre trovato un po’ banali nello stile e nel contenuto, come se strizzassero sempre l’occhio ai baci Perugina quando scrivono d’amore o agli editoriali con violini in sottofondo di Studio Aperto quando parlano di cronaca. Come ho già scritto più volte, certi romanzi italiani mi sembrano una versione stampata dei film di Muccino, in cui tutti urlano e strepitano per mascherare il fatto che non si stanno dicendo un bel niente. Ovviamente è un’opinione del tutto personale e puntualizzo che ci sono moltissime eccezioni (Ammaniti, per esempio; Baricco, quasi sempre; Simonetta Agnello Hornby). Comunque, ero partita a leggere “L’amica geniale” con molte remore per poi ritrovarmi completamente coinvolta non solo dalla bella scrittura della Ferrante, ma anche dalla storia di Lenuccia e Lila, dalla loro lotta per emanciparsi dallo squallore della povertà e della violenza. L’attenzione di Elena Ferrante nel descrivere la condizione di questi vinti del dopoguerra napoletano mi aveva molto ricordato (seppur ovviamente in un contesto del tutto differente) iromanzi di Vasco Pratolini. Premettendo che (come ben sapete) non sono una critica letteraria, sono solo una lettrice assidua ma amatoriale, mi ha molto stupita questo articolo, uscito su “La Stampa” a inizio ottobre (qui il link), in cui l’autore, Paolo di Paolo, si scaglia con un accanimento del tutto fuori dalle righe contro Elena Ferrante. Innanzitutto mi permetto di obiettare alla lista di autori italiani che vengono citati tra i “famosi all’estero” in cui viene dimenticato Primo Levi (che invece è probabilmente l’autore più conosciuto, specialmente negli Stati Uniti). Ma passiamo alla critica alla Ferrante. Di Paolo si scaglia contro l’anonimato e la segretezza della scrittrice, come se metterci la faccia fosse un obbligo morale per un’autrice (donna?). Arriva persino a criticare il suo nome (il giochino delle assonanze con Elsa Morante sarebbe da discutere con un buono psicologo) e la sua potenziale biografia. L’apoteosi si raggiunge quando la trilogia napoletanaviene paragonata ad una nota soap opera. Insomma. Come Di Paolo asserisce “Qualcosa non torna” ma sinceramente a non tornare è questo lapidario commento. I gusti sono gusti, ma l’impressione è che spesso la critica nostrana invece di gioire per il successo di un autore che finalmente è esportabile e vendibile al di fuoridei confine nazionali, tenti con ogni forza di distruggere quanto di buono vi è, quasi con invidia e livore. Se sul New Yorker non si sprecano elogi per la scrittura della Ferrante e sul Guardian sono usciti recentemente due bellissimi articoli (uno in risposta a Di Paolo, per altro) in cui si discute della sua possibile identità e si elencano i suoi illustri fans (Jhumpa LahiriZadie Smith, tanto per citarne un paio) e si elogia la sua opera, lunga ormai 20 anni (qui il link al secondo articolo), sui giornali italiani la Ferrante si critica, riducendo la sua opera ad una questione di “faccia” e di identitàDa profana mi domando cosa Di Paolo abbia letto e cosa trovi di così assurdamente scabroso nel voler mantenere l’anonimato (anche si trattasse di una mera manovra commerciale). Un libro non è il suo autore. Come mi ha insegnato unprofessore al liceo (che non ci interrogava mai sulle biografie degli autori che studiavamo in classe), la vita di uno scrittore può servire in alcuni casi a capire perchéquesti sia arrivato a scrivere un’opera, ma questa trascende l’autore stesso e non deve essere giudicata sulla base della sua biografia. Questa è la mia regola generale e continuerà ad esserlo. E continuerò anche ad amare le opere della Ferrante (e di altri notissimi autori che nella vita hanno combinato le più deprecabili azioni ma che hanno anche prodotto grandissimi capolavori) e la sua aura di mistero. I dubbi sul metro di misura di alcuni critici tuttavia resta.

martedì 28 ottobre 2014

"Americanah", Chimamanda Ngozi Adichie

Forse sono un po’ arrugginita e questo mi dispiace parecchio perché ho davvero adorato questo libro. Partiamo da alcune premesse. Inanzitutto sul perché sono arrivata a leggere “Americanah”. Come ho anticipato nel post precedente, in questi mesi ho letto un altro libro scritto da una giovane autrice africana “We need new names” di NoViolet Bulawayo. Ancor prima avevo letto il bellissimo “La bellezza delle cose fragile” di Taiye Selasi (qui trovate la recensione che avevo scritto), e mi sono molto appassionata di queste giovani e talentuose scrittrici africane, che conoscevo pochissimo. Corre un parallelo tra questi libri, la condizione di migrante che riguarda una grande parte della popolazione africana, fenomeno che negli ultimi anni sta riguardando sempre più spesso anche noi europei (me, in primis). Nel romanzo della Bulawayo, per esempio, c’è un bellissimo passaggio sulla zia della protagonista che si esercita a comporre discorsi in inglese, davanti allo specchio, concentrandosi sulla pronuncia americana perfetta, ma poi, quando si ritrova ad affrontare una conversazione vera, la sua lingua si ingarbuglia e non riesce a trovare le parole che prima sapeva. Ecco, questo è solo un esempio molto banale delle difficoltà che un migrante incontra nella sua vita quotidiana, e che la Bulawayo è abilissima a cogliere e a descrivere. Ma torniamo ad "Americanah". Oltre all’interesse per la emergente letteratura africana, mi è capitato di leggere diverse recensioni entusiastiche di di questo romanzo, che tra l’altro è anche stato inclusa nella lista dei 10 migliori libri del 2013 secondo il New York Times, e, ultimo ma non meno importante, di Chimamanda Ngozi Adichie si è parlato molto grazie al suo discorso, tenuto nel dicembre 2012 alla conferenza TEDx, “We should all be feminists” (qui trovate il link al video, in inglese) che è diventato popolare anche grazie alla cantante Beyoncè, che, nel dicembre 2013, ne ha campionato una parte per inserirla nella sua canzone “Flawless”. Io, che non faccio mistero del mio essere femminista, ovviamente non potevo che interessarmi a questa scrittrice. Tra le altre cose “We should all be feminists” è anche diventato un libro (edito da Penguin, qui nel Regno Unito, proprio qualche settimana fa), e molto probabilmente ne scriverò a breve. Se siete interessati a scoprire qualcosa di più di questa scrittrice qui potete trovare un suo pezzo, uscito recentemente sul Guardian, sulla sua idea di femminismo (in inglese). 
Ma passiamo al libro. “Americanah” (appena uscito in Italia, edito da Einaudi, ma che ho letto in “anteprima” per voi in lingua originale) prende il suo titolo dal modo in cui in Nigeria, dove parte del romanzo si svolge, vengono chiamati gli emigrati che tornano in patria dopo aver trascorso del tempo all’estero e in particolare negli Stati Uniti. E l’”americanah” in questo caso è Ifemelu, una donna forte e combattiva che, dopo oltre dieci anni trascorsi negli Stati Uniti, dove è approdata grazie ad una borsa di studio universitaria, decide di tornare in patria. Il lungo periodo di Ifemelu all’estero viene descritto nella parte centrale del libro: la giovane donna, appena arrivata nella tanto sognata America, deve affrontare le difficoltà con il denaro e la Green Card, le differenze culturali che rendono difficile la sua vita quotidiana e così scoprire la difficile condizione di migrante. Ma anche il razzismo, strisciante presenza, che condiziona la stessa percezione che Ifemelu ha di se stessa (“Ho scoperto di essere nera quando sono arrivata qui”), diventa protagonista della storia. Dopo molte traversie, però arriva la rivincita con un blog di successo che parla di razza e razzismo, una borsa di studio a Princeton e la vittoria di Barack Obama alle elezioni presidenziali, che fa sperare in un futuro migliore per gli USA. Ma sono tante le cose Ifemelu ha lasciato in Nigeria e che la spingono a ritornare, su tutti Obinze, il suo grande amore giovanile, che ha abbandonato senza una parola dopo il suo arrivo in America. Obinze ora è sposato, ha una bambina ed è diventato uno speculatore edilizio di successo a Lagos, dove conduce la sua esistenza dorata e infelice, con una donna che non ama e sempre tormentato dal fantasma di Ifemelu, che non ha mai dimenticato. 
Si tratta di una bellissima storia d’amore tra due trentenni che si ritrovano dopo essersi conosciuti troppo presto e dopo essere stati allontanati dalle contorte vie della vita. Un amore straordinario e irrefrenabile, che non può essere arrestato dal tempo, dalla lontananza o dalle convenzioni sociali. Ma “Americanah” è molto più di una semplice storia d’amore. È una riflessione su due paesi molto diversi tra loro, la Nigeria e gli Stati Uniti. Uno con la sua esplosione economica, spinta dalla corruzione e fondata su differenze sociali troppo profonde per essere sostenibile, e l’altro con le grandi opportunità che può offrire al caro prezzo dell’accettazione di razzismo e prevaricazioni. Il racconto è vivido e pulsante di vita, ogni parola è vera e sentita perché la storia di Ifemelu è molto simile a quella della Adichie. L’autrice vive tra Nigeria e Stati Uniti e ha spesso affrontato gli stessi problemi descritti in Americanah anche in saggi, lezioni e interviste (spesso ha dichiarato di essere riconoscente per le opportunità donatele dall’America ma che questo non la farà tacere sull’enorme problema del razzismo, che affligge in modo particolare i neri, Americani e Non-Americani.). Una bellissima lettura e una voce nuova e potente da tenere sott’occhio nei prossimi anni.

sabato 25 ottobre 2014

Un lungo silenzio


Sono svariati mesi che non scrivo un post. Molte cose sono cambiate nella mia vita (anche se resto, per ora, un “cervello in fuga”, precario, e sempre alla ricerca di me stessa) e il tempo per scrivere delle mie letture è venuto spesso a mancare. Forse, se devo essere sincera fino in fondo, anche un po’ l’ispirazione, la voglia di trovare sempre qualcosa di bello o particolare in ogni libro che leggo, e il desiderio di raccontare le emozioni che leggere suscita. Questo non significa che io non abbia letto nulla di bello o interessante in questi mesi. Molto del mio tempo è stato risucchiato (è la parola più appropriata, credo) da una lettura non proprio in linea con i miei gusti e con questo blog: le “Cronache del ghiaccio e del fuoco” di George RR Martin. Su consiglio del mio fratellino, appassionato e devoto lettore, mi sono lanciata in questa titanica avventura. Rimanendone inaspettatamente e irrimediabilmente invischiata. Mi si è aperto un vero e proprio mondo in cui tra amici partono lunghe e minuziose discussioni psicologiche su personaggi di fantasia che però vengono trattati come amici di lunga data, teorie sugli sviluppi della trama (le prove del DNA in certi casi farebbero comodo, anche nell’epoca indefinita del mondo del nostro Georgione). Per non parlare delle ossessionanti paure sullo stato di salute dello scrittore (“Ma le sue coronarie come staranno? Riuscirà a scrivere questi due ultimi libri? Lo vedo ingrassato e stanco.”). Sono stata addirittura abbordata da perfetti sconosciuti che, dopo aver sbirciato il mio ereader, mi chiedevano “Leggi le “Cronache del ghiaccio e del fuoco”? Cosa ne pensi? Qual è il tuo personaggio preferito (Arya, che domande!)? A che punto sei?”. Insomma, un mondo parallelo che ruota attorno a una serie di libri che non hanno la pretesa di essere grande letteratura ma che spingono milioni di persone a leggere e ad appassionarsi, a parlare e ad amare un romanzo. Come posso non adorare una cosa del genere? E poi sì, sono terribilmente nerd, non potevo che scoprire di amare il genere fantasy!
Ma non sono solo state le migliaia e migliaia di pagine delle “Cronache” ad avermi impegnata. Ho viaggiato per l’Europa con Edmond Dantes alla ricerca della vendetta perfetta, ne “Il conte di Montecristo” (sublime romanzo!), sono stata a Belleville con la tribù Malaussene, ne “Il signor Malaussene”, esplorato Londra, dalle periferie multietniche di Zadie Smith in “NW”, ai sobborghi più borghesi di Nick Hornby (“Non buttiamoci giù”), fino al cuore della moda con Robert Galbraith/ JK Rowling e il suo sorprendente “Il richiamo del cuculo” (per gli appassionati del genere poliziesco una lettura caldamente consigliata). Sono passata per un paio di letture che da anni avevo nella mia lunghissima lista “Da leggere”: “Le ore” di Michael Cunningham, una delicata riflessione sull’omosessualità, la depressione e il suicidio, e “Fight Club”, che ovviamente non ha bisogno di grandi introduzioni.  E poi “Storia del nuovo cognome” di Elena Ferrante, secondo capitolo de “L’amica geniale”, sempre cristallina, scorrevole e coinvolgente. E poi due bellissimi libri di due scrittrici africane: “We need new names” (edito da Bompiani con il titolo “C’è bisogno di nuovi nomi”) di NoViolet Bulawayo e “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie (appena uscito per Einaudi). Sono due romanzi molto diversi ma che parlando entrambi di donne che lasciano l’Africa per realizzarsi negli Stati Uniti, e che trattano il delicato tema dell’emigrazione in modo encomiabile, perché entrambe lo hanno vissuto in prima persona. Sono entrambe, la Bulawayo e la Adichie, giovani, vitali e molto originali. In particolare, “Americanah” mi ha convinta a riprendere in mano il blog e a ricominciare a parlare di libri. Ne leggerete prestissimo, nel prossimo post. 
State sintonizzati.

mercoledì 5 febbraio 2014

"Il passato è una terra straniera", Gianrico Carofiglio

Giorgio conduce una vita normale, quasi banale. Gli manca un esame alla laurea in giurisprudenza, è fidanzato con Giulia, che proviene dall’ambiente della Bari bene e con la quale trascorre le sue serate in una sonnolenta routine. Una sera si intromette in una zuffa per difendere un ragazzo che conosce appena, Francesco, e da quel momento la sua vita cambia improvvisamente. Tra i ragazzi nasce una buona amicizia e Giorgio comincia a frequentare sempre più assiduamente il nuovo amico. Ad unirli sono una serie di partite a poker che Francesco trucca grazie alle sue doti di prestigiatore e che fruttano ai due soldi facili. Inizialmente Giorgio è titubante, per via delle implicazioni etiche e della voce della coscienza, ma pian piano si fa prendere la mano dal gioco d’azzardo e dalla vita dissoluta che conduce. Tra i due si instaura un rapporto quasi morboso, con Francesco che domina del tutto Giorgio e lo spinge compiere qualunque azione egli abbia deciso, dimostrando un’abilità impressionante non solo nel manipolare le carte ma anche le persone. Ben presto l’adrenalina delle vittorie al tavolo da gioco non basta più e i due si ritrovano ad affondare insieme verso l’autodistruzione, Francesco senza mai un’esitazione, a testa bassa, e Giorgio spezzato dal sensi di colpa che gli provoca la vista dei propri genitori, spaesati e disperati per il suo improvviso cambiamento, ma incapace di resistere alla volontà del suo amico.
Questo romanzo ha un pregio, ha un ritmo davvero coinvolgente e non si può abbandonare la lettura finché non si arriva al fondo, insieme ai suoi protagonisti. Questa narrazione così incalzante e coinvolgente ha un che di cinematografico e non stupisce che Daniele Vicari ne abbia tratto un film, nel 2008. Al di là della dipendenza dal gioco d’azzardo, Carofiglio ci presenta una serie di personaggi ben riusciti, anche se probabilmente Francesco risulta tanto abile nei raggiri, tanto crudele e freddo da sembrare stereotipato. Il suo non mettere mai in discussione il proprio operato lo rende forse un pochino monotono e bidimensionale. Il protagonista, Giorgio, con la sua incapacità di trovare uno scopo nella vita e con il suo attaccamento a un’amicizia malata, è molto più interessante, e in generale lo è anche il concetto stesso di  dipendenza che attraversa tutto il romanzo, pur cambiando volto ogni volta. Un vero peccato è la figura appena abbozzata di Giorgio Chiti, carabiniere che indaga su una serie di stupri che sconvolgono Bari, ma che non viene approfondita abbastanza.

In generale è un romanzo piacevole e ricco di pathos, con una prosa limpida e scorrevole, ma la mia impressione è che molti argomenti vengano trattati e che nessuno venga davvero sviscerato fino in fondo, fino alla sua causa ultima. Nell’insieme mi ha lasciato una sensazione di superficialità.

domenica 26 gennaio 2014

"Zio Tungsteno", Oliver Sacks


Spesso amo dire che la mia anima è divisa in due. Due sono i miei grandi amori: la letteratura, con cui riempio gran parte del mio tempo libero, e la scienza, che è poi anche il mio lavoro. Sono una chimica e passo il tempo a sollazzarmi con i romanzi. Tutto questo mi era sempre parso contraddittorio (io che di solito tendo a vedere sempre tutto o bianco o nero), finché non ho letto “Il sistema periodico” di Primo Levi (che è e probabilmente resterà uno dei miei libri preferiti). Primo Levi visse tutta la sua vita con la mia stessa contraddizione e da questa scaturirono tra le più belle pagine della letteratura italiana. Ho quindi imparato a convivere con i miei due mondi ed entrambi mi hanno resa quella che oggi sono. La letteratura apre gli occhi sulla natura umana mentre la chimica mi fornisce ogni giorno gli strumenti per capire la natura e il mondo che mi circonda. Soprattutto credo abbia inculcato in me il desiderio di approfondire le cose, di andare oltre la loro apparenza e cercare di capire i meccanismi ultimi che regolano la mia vita e quella delle persone che mi circondano. Oliver Sacks mette nero su bianco qualcosa di molto simile e per questo mi sono lanciata con grandi speranze nel suo “Zio Tungsteno – Ricordi di un’infanzia chimica”. Prima un po’ di biografia: Sacks, londinese di nascita e americano di adozione, è un neurologo affermato che si è dilettato spesso nella scrittura di romanzi (di solito ispirati dalla sua esperienza medica, cosa che in più di un’occasione gli è valsa aspre critiche. Addirittura ne “I Tenenbaum” il personaggio di Raleigh St. Clair, interpretato da Bill Murray, è la caricatura di Sacks.). Ma fino all’adolescenza egli crebbe in un ambiente estremamente scientifico e, in particolare, chimico. La sua numerosa famiglia infatti annoverava svariati parenti impegnati nella matematica, nella chimica, nella fisica, che durante la sua infanzia lo incuriosirono e gli diedero strumenti sensazionali per comprendere queste branche. In particolare lo zio Dave, che dà il titolo alla autobiografia, era esperto di metalli e usava queste sue conoscenze nella sua fabbrica di lampadine a filamento di tungsteno. Grazie allo zio e agli esperimenti in un piccolo laboratorio artigianale (ma da fare invidia ai laboratori delle università italiane, sigh…), Oliver scopre i metalli e le loro proprietà, seguendo le trame affascinanti della storia della scoperta degli elementi. La storia personale di Sacks diventa pretesto letterario per condurre il lettore alla scoperta della chimica e la sua evoluzione, dagli alchimisti fino alla chimica quantistica.
Il libro è molto interessante ma può risultare pesante. Spesso le teorie riportate sono spiegate sì in modo semplicistico, ma richiedono comunque una qualche infarinatura per essere comprese. La cosa che probabilmente mi è piaciuta meno del libro è la figura stessa di Sacks, un ragazzetto asociale, un po’ spocchioso e parecchio saccente (per stessa ammissione dell’autore alla fine del romanzo). Probabilmente anche parecchio viziato dato che gli fu data la possibilità di costruire in casa un vero e proprio laboratorio chimico a meno di dieci anni (i genitori medici probabilmente erano parecchio impegnati nel lavoro perché oltre ad essere un’attività non propriamente ludica, poteva risultare anche estremamente pericolosa). L’altra pecca che ho notato è che la mia scienza, la chimica, mi è sembrata discosta dalla realtà, una scienza analitica e spesso pericolosa, dai termini difficili e racchiusa in libri polverosi e dai titoli altisonanti, una scienza spogliata della poetica bellezza che invece Primo Levi le sapeva attribuire. Sacks probabilmente non ha le stesse doti narrative di Levi, ma il risultato è che da scienza davvero capace di spiegare la vita e l’universo assume invece l’aspetto di una noiosa manfrina per pochi eletti.

Credo che sia un buon libro ma più adatto a chi ha studiato materie scientifiche o ne è appassionato, per gli altri potrebbe risultare un tomo di difficile digestione. Per tutti coloro che non lo avessero ancora letto, per capire meglio a cosa mi riferisco, leggete assolutamente “Il sistema periodico” di Levi, non ve ne pentirete.