domenica 22 febbraio 2015

"Noi", David Nicholls

Douglas e Connie sono due persone completamente diverse. Connie è un'artista, sognatrice, caotica, Douglas è un biochimico, preciso, ossessivo nella sua ricerca dell'ordine e della perfezione. Eppure, nonostante le differenze, i due si innamorano e trascorrono venticinque anni insieme, tra alti e bassi. Fino a una notte d'estate, in cui Douglas viene svegliato da Connie che gli annuncia di volerlo lasciare non appena Albie, loro figlio, partirà per il college. Nonostante la crisi di coppia, la famiglia Petersen decide di partire per il "Grand Tour", un viaggio lungo un mese, in giro per l'Europa, per visitare i musei e le gallerie d'arte più famosi del mondo. Se per Connie questa rappresenta l'ultima vacanza della famiglia unita e per Albie è una tortura dover viaggiare con i propri genitori invece di andare a Ibiza con gli amici, per Douglas il viaggio rappresenta l'ultima possibilità di riconquistare Connie e salvare il suo matrimonio. Ma ben presto le tensioni accumulate negli anni hanno il sopravvento e il  rapporto conflittuale tra padre e figlio intossica lo spirito della vacanza, tanto da indurre Albie, dopo l'ennesima lite con suo padre, a fuggire con Kat, una giovane artista di strada. Douglas si mette sulle sue tracce, in un disperato tentativo di riunire la sua disastrata famiglia, ricucire il rapporto con suo figlio e riconquistare il cuore di Connie.
"Noi" è il secondo romanzo di David Nicholls che leggo, dopo "Un giorno", il libro che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Dall'amore tra due persone che crescono insieme, Nicholls passa ad un'altra generazione, quella dei cinquantenni. Se  "Un giorno" mi era molto piaciuto perché (al netto della lacrimosa storia d'amore) rappresenta in modo molto veritiero e accurato il passaggio dagli spensierati vent'anni alla vera età adulta, "Noi" mi ha creato non poca ansia. Di nuovo il punto focale della mia attenzione non è la storia d'amore (un divorzio dopo venticinque anni insieme deve essere tremendamente straziante, ma Connie e Douglas sono oggettivamente due persone antitetiche, e a tratti ne sono fin troppo consapevoli), ma il complicato rapporto tra Albie e Douglas. Sia da un punto di vista di figlia, sia di potenziale futura genitrice, il circolo vizioso di tensioni, accuse, incapacità di dialogo tra padre e figlio (con la madre che tenta, con non troppo successo, di mantenere un ruolo neutrale) sono stati estremamente ansiogeni durante la lettura. Passavo dall'immedesimarmi con l'uno e con l'altro personaggio, sentendo sempre e comunque il peso di questo muro di incomunicabilità tra i due, la frustrazione di tutti quei tentativi fallimentari di distendere le cose. La colpa, in questo caso come in quasi tutti i casi, non sta mai da un'unica parte ed è un buon esercizio sentire le ragioni di entrambe le generazioni.


Nicholls è un buono scrittore. Ha un acuto senso dell'umorismo e, forse per la sua esperienza come sceneggiatore televisivo e cinematografico, le sue storie non sono mai banali nel loro svolgimento e i personaggi e il loro mondo sono coinvolgenti e vivi. Questo fa di " Noi" un libro che si legge con piacere, anche se mai a cuor leggero.

sabato 24 gennaio 2015

"Il cardellino", Donna Tartt


And I feel I have something very serious and urgent to say to you, my non-existent reader, and I feel I should say it as urgently as if I were standing in the room with you. That life – whatever else it is – is short. That fate is cruel but maybe not random. That Nature (meaning Death) always wins but that doesn’t mean we have to bow and grovel to it. That maybe even if we’re not always so glad to be here, it’s our task to immerse ourselves anyway: wade straight through it, right through the cesspool, while keeping eyes and hearts open. And in the midst of our dying, as we rise from the organic and sink back ignominiously into the organic, it is a glory and a privilege to love what Death doesn’t touch

“Il cardellino” è un piccolo e prezioso dipinto fiammingo del 1654. Il suo autore, Carel Fabritius, morì tragicamente nell’esplosione dell’arsenale di Delft lo stesso anno e con lui scomparve anche gran parte della sua inestimabile opera. Questo piccolo dipinto è il cuore del terzo romanzo di Donna Tartt (per il quale è stata insignita del Premio Pulitzer nel 2014) e come il suo protagonista è un sopravvissuto. Theo Decker è un tredicenne di Manhattan che vive solo con la madre, dopo che il padre, un ex attore di scarso successo, alcolizzato e malato di gioco d’azzardo, li ha abbandonati. A causa di una sospensione ottenuta nella sua costosa scuola privata, Theo e sua madre decidono di passare una mattinata al Metropolitan Museum of Art dove è temporaneamente esposto il dipinto preferito della donna, “Il cardellino”, appunto. Durante la visita un attacco terroristico distrugge il museo e Theo si ritrova orfano. Nella confusione del momento il ragazzino ruba il piccolo dipinto fiammingo, che da allora diventa sua personale ossessione e talismano. La morte della madre divide la vita di Theo in due parti, un prima e un dopo la tragedia. Sconvolto, spaesato e divorato da un dolore che lo isola sempre di più dal mondo esterno, dapprima viene affidato a una ricca famiglia di conoscenti, I Barbour, poi al padre e alla sua compagna Xandra, che misteriosamente ricompaiono nella vita di Theo e lo trascinano a Las Vegas. Qui Theo conosce quello che diventerà il suo grande amico e la sua nemesi, Boris, un novello Jack Dawkins (o un Lucignolo noir) che porta colore a ogni pagina in cui compare, ed è forse il personaggio meglio riuscito dell’opera. I due cominciano a vivere una vita in cui gli adulti non sono quasi mai presenti (e le loro incursioni generalmente hanno conseguenze violente e dolorose), una vita fatta di droga e alcol, piccoli furti ed espedienti di vario tipo. Ma mentre Boris cerca il divertimento sfrenato, Theo, affetto da una sempre più devastante sindrome post-traumatica, tenta di distruggere se stesso e avvicinarsi pericolosamente alla morte. Al suo ritorno a New York viene preso in cura da un venditore di antiquariato, Hobie, il cui socio in affari è rimasto vittima dello stesso attentato che ha ucciso la madre di Theo. Con lui quel giorno c’era Pippa, una diafana teenager dai capelli rossi, rimasta gravemente ferita durante l’esplosione. Theo coltiva un segreto e ossessivo amore per la ragazza, che vede come l’unica persona che possa davvero comprendere il suo devastato mondo interiore, e allo stesso tempo si rifugia nella bottega di Hobie, in mezzo ai suoi mobili antichi, cercando sicurezza e riparo nelle pieghe del legno ben restaurato, negli oggetti vissuti, sotto l’ala protettrice di questo uomo che è anche egli un po’ fuori dal tempo, coi suo modi gentili e la sua delicatezza d’animo (in pieno contrasto con la sua stazza, che lo rende un po’ un gigante buono).
“Il cardellino” e` un romanzo dal respiro antico. Innanzitutto la sua trama è decisamente Dickensiana (“Grandi Speranze” e “Oliver Twist” si fondono insieme e si trasferiscono negli Stati Uniti) con un orfano che deve imparare a badare a se stesso insieme a una guida, Boris, non troppo raccomandabile. Il suo stile invece mi ha ricordato i grandi romanzi russi: una vasta gamma di personaggi secondari che arricchiscono la narrazione, un intreccio complesso, un protagonista che è quasi un antieroe in balia del destino avverso, grandi passaggi descrittivi. In questo Donna Tartt ci offre un vero e proprio capolavoro della letteratura. Ogni personaggio, stato d’animo, paesaggio è descritto con minuzia maniacale, fino a restituire al lettore un oggetto in tre dimensioni, qualcosa di tangibile. La notte stellata nel deserto, il cane che incontra dopo dieci anni una persona che ha amato, il dipinto di Carel Fabritius, escono dalle pagine del libro, sono una cosa non solo reale, ma vera. Probabilmente ciò in cui eccelle la Tartt è però la grande capacità di destreggiarsi con i sentimenti: riesce davvero, come una direttrice d’orchestra, a creare una sinfonia perfetta, che tocca ottave elevatissime del pathos. Ma “Il cardellino” non è una mera riflessione sul dolore: il libro si dipana attraverso una trama fitta e complicata, passando per una lunga serie di crimini (e qui da “Grandi Speranze” passiamo a “Delitto e Castigo”). Il ritmo però non è quasi mai serrato, almeno per i buoni primi tre quarti del romanzo. Per questo non mi sono particolarmente stupita quando è stato dichiarato uno dei libri più abbandonati dai lettori sul dispositivo Kobo nel 2014. Si tratta di una lettura complessa e a tratti decisamente pesante, che può demoralizzare alcuni lettori. Ma se riuscirete a seguire il sofferto cammino di Theo verso l’età adulta, allora anche voi forse troverete un pezzettino di voi stessi o per lo meno uno splendido spunto di riflessione sul destino è la fatalità.

venerdì 21 novembre 2014

"Open", Andre Agassi

Non avevo mai letto un'autobiografia prima d'ora e ho acquistato "Open" con grande curiosità, dopo aver visto comparire questo titolo in molte delle famigerate liste di "10 libri preferiti" in circolazione su Facebook qualche tempo fa. Sono arrivata un po' in ritardo, se devo essere sincera, visto che "Open" è uscito nel 2009. Di Agassi sapevo ben poco: "tennista pop star dalla lunga chioma bionda" probabilmente è la perfetta sintesi delle informazioni archiviate nella mia memoria prima di leggere questo libro. Invece ho scoperto che Andre Agassi è molto di più. Il suo racconto comincia all'alba del suo ritiro dal mondo del tennis, dopo una carriera lunga oltre 20 anni, 8 slam e una medaglia d'oro olimpica, e da subito facciamo conoscenza con un corpo devastato da anni di agonismo e di battaglie, combattute sotto il sole o la pioggia, in tutti i campi da tennis del mondo, davanti a milioni di occhi. Ma veniamo anche a conoscenza del grandissimo segreto di Agassi, un segreto decisamente difficile da immaginare: Andre odia, con tutte le sue forze e senza ombra di dubbio, il tennis. L'odio è nato quando, ancora bambino, veniva obbligato dal padre a trascorrere ore nel campo da tennis di fronte a casa, colpendo palle lanciate a folle velocità da un marchingegno artigianale che il piccolo Andre ha rinominato "Il drago". Nonostante il tennis non gli piaccia affatto, continua a giocare per non deludere suo padre. A nulla valgono le ribellioni e i colpi di testa (i capelli selvaggi, gli orecchini, le divise coloratissime), il suo destino è inesorabilmente segnato dalla volontà del padre e dal suo genuino talento. Dai tornei amatoriali fino a quelli professionisti, Andre ci accompagna attraverso una carriera straordinaria, segnata da infortuni, epiche vittorie, momenti bui, dalla rivalità con Sampras e Becker, al raggiungimento del sogno di suo padre: essere il numero uno del mondo. Agassi si apre completamente al suo lettore mostrando il proprio io, che fin dalle prime righe appare ben più complesso di quanto si potesse immaginare vedendo la sua immagine pubblica. A colpire sono le sue contraddizioni: la finta capigliatura bionda e gli abiti sgargianti, cozzano con la sua continua ricerca di cose genuine, come il rapporto con il fido Gyl e la sua famiglia; il matrimonio hollywoodiano con Brooke Shields sembra del tutto inconciliabile con il suo amore quasi commovente per la teutonica Steffi Graff. Eppure Andre Agassi è tutto questo e "Open" è un cammino verso l'accettazione delle proprie contraddizioni e una sofferta presa di coscienza che passa attraverso il dolore fisico e la depressione, per giungere all'equilibrio e alla felicità. Seppure circondato da migliaia di persone, il tennista è sempre e irrimediabilmente solo di fronte al proprio avversario, abbandonato a sé stesso di fronte alle difficoltà. Solo conoscendosi alla perfezione si può vincere la partita, calibrando le forze, imparando a capire chi sta oltre la rete, continuando a lottare punto su punto, anche quando tutto sembra perduto. E in questo sta la forza di "Open": è una storia di tennis ma che parla soprattutto di vita, e lo fa attraverso la voce di un uomo sincero e incredibilmente "umano" nella sua fragilità. Una bella lettura anche per coloro che non sono troppo interessati a questo sport.

giovedì 6 novembre 2014

Un libro è un libro

Anche Letture Precarie partecipa alla campagna "Un libro è un libro", contro la "discriminazione" degli ebook. Al momento quando acquistate un libro pagate l'iva al 4%, mentre acquistando un ebook la pagate al 22%. Questo è assolutamente insensato e non aiuta la causa della diffusione della lettura. Per carità, il profumo della carta, il volume che fa arredamento e bla bla bla, ma leggere è leggere e un libro è un libro, comunque la si pensi. I supporti digitali sono in piena crescita e la vendita di ebook è in aumento persino in un Paese poco avvezzo alla lettura come il nostro (solo un italiano su dieci legge almeno un libro all'anno!). Perché quindi svantaggiare questo nuovo mezzo (e avvantaggiare invece la pirateria)? Partecipare alla campagna è facilissimo. Visitate il sito dall'iniziativa (o il profilo twitter o la pagina facebook), scattatevi una foto con il pollice verso e pubblicatela su istagram o su twitter con l'hashtag #unlibroèunlibro. Contribuirete anche voi a dar voce a questa giusta campagna.

martedì 4 novembre 2014

Elena Ferrante, o di come i critici italiani sappiano criticare quel poco di buono che riusciamo ad esportare

Questo è un post un po’ polemico e non si tratta di una recensione, bensì di un commento su un articolo uscito un mesetto fa su La stampa e che riguarda Elena Ferrante. Ho scoperto questa scrittrice grazie alla trilogia napoletana de “L’amica geniale” (per rinfrescarvi la memoria, avevo scritto del primo libro l’anno scorso e trovate il post qui). Ero rimasta piacevolmente colpita dalla scrittura vera, genuina, senza fronzoli di questa autrice, che avevo cominciato a leggere con molti dubbi. Non sono una grande amante della letteratura italiana contemporanea (leggasi degli anni 2000), purtroppo neglianni ho letto molti libri che ho sempre trovato un po’ banali nello stile e nel contenuto, come se strizzassero sempre l’occhio ai baci Perugina quando scrivono d’amore o agli editoriali con violini in sottofondo di Studio Aperto quando parlano di cronaca. Come ho già scritto più volte, certi romanzi italiani mi sembrano una versione stampata dei film di Muccino, in cui tutti urlano e strepitano per mascherare il fatto che non si stanno dicendo un bel niente. Ovviamente è un’opinione del tutto personale e puntualizzo che ci sono moltissime eccezioni (Ammaniti, per esempio; Baricco, quasi sempre; Simonetta Agnello Hornby). Comunque, ero partita a leggere “L’amica geniale” con molte remore per poi ritrovarmi completamente coinvolta non solo dalla bella scrittura della Ferrante, ma anche dalla storia di Lenuccia e Lila, dalla loro lotta per emanciparsi dallo squallore della povertà e della violenza. L’attenzione di Elena Ferrante nel descrivere la condizione di questi vinti del dopoguerra napoletano mi aveva molto ricordato (seppur ovviamente in un contesto del tutto differente) iromanzi di Vasco Pratolini. Premettendo che (come ben sapete) non sono una critica letteraria, sono solo una lettrice assidua ma amatoriale, mi ha molto stupita questo articolo, uscito su “La Stampa” a inizio ottobre (qui il link), in cui l’autore, Paolo di Paolo, si scaglia con un accanimento del tutto fuori dalle righe contro Elena Ferrante. Innanzitutto mi permetto di obiettare alla lista di autori italiani che vengono citati tra i “famosi all’estero” in cui viene dimenticato Primo Levi (che invece è probabilmente l’autore più conosciuto, specialmente negli Stati Uniti). Ma passiamo alla critica alla Ferrante. Di Paolo si scaglia contro l’anonimato e la segretezza della scrittrice, come se metterci la faccia fosse un obbligo morale per un’autrice (donna?). Arriva persino a criticare il suo nome (il giochino delle assonanze con Elsa Morante sarebbe da discutere con un buono psicologo) e la sua potenziale biografia. L’apoteosi si raggiunge quando la trilogia napoletanaviene paragonata ad una nota soap opera. Insomma. Come Di Paolo asserisce “Qualcosa non torna” ma sinceramente a non tornare è questo lapidario commento. I gusti sono gusti, ma l’impressione è che spesso la critica nostrana invece di gioire per il successo di un autore che finalmente è esportabile e vendibile al di fuoridei confine nazionali, tenti con ogni forza di distruggere quanto di buono vi è, quasi con invidia e livore. Se sul New Yorker non si sprecano elogi per la scrittura della Ferrante e sul Guardian sono usciti recentemente due bellissimi articoli (uno in risposta a Di Paolo, per altro) in cui si discute della sua possibile identità e si elencano i suoi illustri fans (Jhumpa Lahiri, Zadie Smith, tanto per citarne un paio) e si elogia la sua opera, lunga ormai 20 anni (qui il link al secondo articolo), sui giornali italiani la Ferrante si critica, riducendo la sua opera ad una questione di “faccia” e di identità. Da profana mi domando cosa Di Paolo abbia letto e cosa trovi di così assurdamente scabroso nel voler mantenere l’anonimato (anche si trattasse di una mera manovra commerciale). Un libro non è il suo autore. Come mi ha insegnato unprofessore al liceo (che non ci interrogava mai sulle biografie degli autori che studiavamo in classe), la vita di uno scrittore può servire in alcuni casi a capire perchéquesti sia arrivato a scrivere un’opera, ma questa trascende l’autore stesso e non deve essere giudicata sulla base della sua biografia. Questa è la mia regola generale e continuerà ad esserlo. E continuerò anche ad amare le opere della Ferrante (e di altri notissimi autori che nella vita hanno combinato le più deprecabili azioni ma che hanno anche prodotto grandissimi capolavori) e la sua aura di mistero. I dubbi sul metro di misura di alcuni critici tuttavia resta.

martedì 28 ottobre 2014

"Americanah", Chimamanda Ngozi Adichie

Forse sono un po’ arrugginita e questo mi dispiace parecchio perché ho davvero adorato questo libro. Partiamo da alcune premesse. Inanzitutto sul perché sono arrivata a leggere “Americanah”. Come ho anticipato nel post precedente, in questi mesi ho letto un altro libro scritto da una giovane autrice africana “We need new names” di NoViolet Bulawayo. Ancor prima avevo letto il bellissimo “La bellezza delle cose fragile” di Taiye Selasi (qui trovate la recensione che avevo scritto), e mi sono molto appassionata di queste giovani e talentuose scrittrici africane, che conoscevo pochissimo. Corre un parallelo tra questi libri, la condizione di migrante che riguarda una grande parte della popolazione africana, fenomeno che negli ultimi anni sta riguardando sempre più spesso anche noi europei (me, in primis). Nel romanzo della Bulawayo, per esempio, c’è un bellissimo passaggio sulla zia della protagonista che si esercita a comporre discorsi in inglese, davanti allo specchio, concentrandosi sulla pronuncia americana perfetta, ma poi, quando si ritrova ad affrontare una conversazione vera, la sua lingua si ingarbuglia e non riesce a trovare le parole che prima sapeva. Ecco, questo è solo un esempio molto banale delle difficoltà che un migrante incontra nella sua vita quotidiana, e che la Bulawayo è abilissima a cogliere e a descrivere. Ma torniamo ad "Americanah". Oltre all’interesse per la emergente letteratura africana, mi è capitato di leggere diverse recensioni entusiastiche di di questo romanzo, che tra l’altro è anche stato inclusa nella lista dei 10 migliori libri del 2013 secondo il New York Times, e, ultimo ma non meno importante, di Chimamanda Ngozi Adichie si è parlato molto grazie al suo discorso, tenuto nel dicembre 2012 alla conferenza TEDx, “We should all be feminists” (qui trovate il link al video, in inglese) che è diventato popolare anche grazie alla cantante Beyoncè, che, nel dicembre 2013, ne ha campionato una parte per inserirla nella sua canzone “Flawless”. Io, che non faccio mistero del mio essere femminista, ovviamente non potevo che interessarmi a questa scrittrice. Tra le altre cose “We should all be feminists” è anche diventato un libro (edito da Penguin, qui nel Regno Unito, proprio qualche settimana fa), e molto probabilmente ne scriverò a breve. Se siete interessati a scoprire qualcosa di più di questa scrittrice qui potete trovare un suo pezzo, uscito recentemente sul Guardian, sulla sua idea di femminismo (in inglese). 
Ma passiamo al libro. “Americanah” (appena uscito in Italia, edito da Einaudi, ma che ho letto in “anteprima” per voi in lingua originale) prende il suo titolo dal modo in cui in Nigeria, dove parte del romanzo si svolge, vengono chiamati gli emigrati che tornano in patria dopo aver trascorso del tempo all’estero e in particolare negli Stati Uniti. E l’”americanah” in questo caso è Ifemelu, una donna forte e combattiva che, dopo oltre dieci anni trascorsi negli Stati Uniti, dove è approdata grazie ad una borsa di studio universitaria, decide di tornare in patria. Il lungo periodo di Ifemelu all’estero viene descritto nella parte centrale del libro: la giovane donna, appena arrivata nella tanto sognata America, deve affrontare le difficoltà con il denaro e la Green Card, le differenze culturali che rendono difficile la sua vita quotidiana e così scoprire la difficile condizione di migrante. Ma anche il razzismo, strisciante presenza, che condiziona la stessa percezione che Ifemelu ha di se stessa (“Ho scoperto di essere nera quando sono arrivata qui”), diventa protagonista della storia. Dopo molte traversie, però arriva la rivincita con un blog di successo che parla di razza e razzismo, una borsa di studio a Princeton e la vittoria di Barack Obama alle elezioni presidenziali, che fa sperare in un futuro migliore per gli USA. Ma sono tante le cose Ifemelu ha lasciato in Nigeria e che la spingono a ritornare, su tutti Obinze, il suo grande amore giovanile, che ha abbandonato senza una parola dopo il suo arrivo in America. Obinze ora è sposato, ha una bambina ed è diventato uno speculatore edilizio di successo a Lagos, dove conduce la sua esistenza dorata e infelice, con una donna che non ama e sempre tormentato dal fantasma di Ifemelu, che non ha mai dimenticato. 
Si tratta di una bellissima storia d’amore tra due trentenni che si ritrovano dopo essersi conosciuti troppo presto e dopo essere stati allontanati dalle contorte vie della vita. Un amore straordinario e irrefrenabile, che non può essere arrestato dal tempo, dalla lontananza o dalle convenzioni sociali. Ma “Americanah” è molto più di una semplice storia d’amore. È una riflessione su due paesi molto diversi tra loro, la Nigeria e gli Stati Uniti. Uno con la sua esplosione economica, spinta dalla corruzione e fondata su differenze sociali troppo profonde per essere sostenibile, e l’altro con le grandi opportunità che può offrire al caro prezzo dell’accettazione di razzismo e prevaricazioni. Il racconto è vivido e pulsante di vita, ogni parola è vera e sentita perché la storia di Ifemelu è molto simile a quella della Adichie. L’autrice vive tra Nigeria e Stati Uniti e ha spesso affrontato gli stessi problemi descritti in Americanah anche in saggi, lezioni e interviste (spesso ha dichiarato di essere riconoscente per le opportunità donatele dall’America ma che questo non la farà tacere sull’enorme problema del razzismo, che affligge in modo particolare i neri, Americani e Non-Americani.). Una bellissima lettura e una voce nuova e potente da tenere sott’occhio nei prossimi anni.

sabato 25 ottobre 2014

Un lungo silenzio


Sono svariati mesi che non scrivo un post. Molte cose sono cambiate nella mia vita (anche se resto, per ora, un “cervello in fuga”, precario, e sempre alla ricerca di me stessa) e il tempo per scrivere delle mie letture è venuto spesso a mancare. Forse, se devo essere sincera fino in fondo, anche un po’ l’ispirazione, la voglia di trovare sempre qualcosa di bello o particolare in ogni libro che leggo, e il desiderio di raccontare le emozioni che leggere suscita. Questo non significa che io non abbia letto nulla di bello o interessante in questi mesi. Molto del mio tempo è stato risucchiato (è la parola più appropriata, credo) da una lettura non proprio in linea con i miei gusti e con questo blog: le “Cronache del ghiaccio e del fuoco” di George RR Martin. Su consiglio del mio fratellino, appassionato e devoto lettore, mi sono lanciata in questa titanica avventura. Rimanendone inaspettatamente e irrimediabilmente invischiata. Mi si è aperto un vero e proprio mondo in cui tra amici partono lunghe e minuziose discussioni psicologiche su personaggi di fantasia che però vengono trattati come amici di lunga data, teorie sugli sviluppi della trama (le prove del DNA in certi casi farebbero comodo, anche nell’epoca indefinita del mondo del nostro Georgione). Per non parlare delle ossessionanti paure sullo stato di salute dello scrittore (“Ma le sue coronarie come staranno? Riuscirà a scrivere questi due ultimi libri? Lo vedo ingrassato e stanco.”). Sono stata addirittura abbordata da perfetti sconosciuti che, dopo aver sbirciato il mio ereader, mi chiedevano “Leggi le “Cronache del ghiaccio e del fuoco”? Cosa ne pensi? Qual è il tuo personaggio preferito (Arya, che domande!)? A che punto sei?”. Insomma, un mondo parallelo che ruota attorno a una serie di libri che non hanno la pretesa di essere grande letteratura ma che spingono milioni di persone a leggere e ad appassionarsi, a parlare e ad amare un romanzo. Come posso non adorare una cosa del genere? E poi sì, sono terribilmente nerd, non potevo che scoprire di amare il genere fantasy!
Ma non sono solo state le migliaia e migliaia di pagine delle “Cronache” ad avermi impegnata. Ho viaggiato per l’Europa con Edmond Dantes alla ricerca della vendetta perfetta, ne “Il conte di Montecristo” (sublime romanzo!), sono stata a Belleville con la tribù Malaussene, ne “Il signor Malaussene”, esplorato Londra, dalle periferie multietniche di Zadie Smith in “NW”, ai sobborghi più borghesi di Nick Hornby (“Non buttiamoci giù”), fino al cuore della moda con Robert Galbraith/ JK Rowling e il suo sorprendente “Il richiamo del cuculo” (per gli appassionati del genere poliziesco una lettura caldamente consigliata). Sono passata per un paio di letture che da anni avevo nella mia lunghissima lista “Da leggere”: “Le ore” di Michael Cunningham, una delicata riflessione sull’omosessualità, la depressione e il suicidio, e “Fight Club”, che ovviamente non ha bisogno di grandi introduzioni.  E poi “Storia del nuovo cognome” di Elena Ferrante, secondo capitolo de “L’amica geniale”, sempre cristallina, scorrevole e coinvolgente. E poi due bellissimi libri di due scrittrici africane: “We need new names” (edito da Bompiani con il titolo “C’è bisogno di nuovi nomi”) di NoViolet Bulawayo e “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie (appena uscito per Einaudi). Sono due romanzi molto diversi ma che parlando entrambi di donne che lasciano l’Africa per realizzarsi negli Stati Uniti, e che trattano il delicato tema dell’emigrazione in modo encomiabile, perché entrambe lo hanno vissuto in prima persona. Sono entrambe, la Bulawayo e la Adichie, giovani, vitali e molto originali. In particolare, “Americanah” mi ha convinta a riprendere in mano il blog e a ricominciare a parlare di libri. Ne leggerete prestissimo, nel prossimo post. 
State sintonizzati.