giovedì 31 ottobre 2013

"Middlemarch", George Eliot

I classici corposi sono la mia passione per gli stessi motivi per cui il lettore medio di solito li snobba. Le mille e più pagine non mi spaventano, anzi sono un buon modo per affezionarsi ai personaggi e scoprire tutto di loro, il linguaggio pomposo e un po’ affettato dell’Ottocento mi affascina (vorrei poter usare ogni giorno parole come “redingote” o “cretonne”), le infinite digressioni sugli usi e costumi di un’epoca (pur ammettendone la pesantezza, sono pur sempre umana!) mi interessano moltissimo. “Middlemarch” è l’impresa del 2013. Si tratta di un romanzo in Italia forse poco conosciuto. George Eliot lo scrisse a partire dal 1869 e lo pubblicò dapprima a puntate (tra il 1871 e il 1872), vista la sua mole considerevole, e poi come opera unitaria nel 1874. La vicenda è piuttosto complessa. Si svolge nella città inventata di Middlemarch, nel cuore dell’Inghilterra rurale delle Midlands, tra il 1830 e il 1832, prima della riforma elettorale e dello scoppio della rivoluzione industriale. Tra i numerosi protagonisti, un ruolo centrale è affidato a Dorothea Brooke, una giovane donna benestante, piena di talento e di moralità. A essa sono dedicati sia il breve preludio che la conclusione dell’opera, in cui viene paragonata all’indomita Santa Teresa d’Avila. Dorothea contrae un avventato matrimonio con un anziano e malato studioso, Mr. Casaubon, attratta dall’istruzione e dal sapere che spera egli le infonderà, e dall’ammirazione per l’opera che egli sta scrivendo da anni e a cui essa spera di partecipare in qualche modo. Ben presto si renderà conto non solo dell’infondatezza delle proprie speranze, ma anche dell’assoluta indifferenza del marito e, desiderosa di amore e affetto, verrà invece attratta dal di lui cugino, Will Ladislaw, un giovane idealista e vagabondo, alla ricerca di se stesso. Tra i due nasce una bella amicizia che potrebbe diventare amore alla scomparsa di Casaubon, ma questi, straziato dalla gelosia, inserisce nel proprio testamento una postilla che rende impossibile l’unione tra Dorothea e Will. Ma Middlemarch è popolata anche da altri personaggi, di varia estrazione sociale, i cui destini si intrecciano con quello di Dorothea: i Vinchy sono ricchi borghesi, molto goderecci e modaioli. La bellissima figlia Rosamond sposa un medico, Mr. Lydgate, per salire nella scala sociale, pur non amandolo; il figlio Fred invece spera di arricchirsi ereditando denaro e non sa quello che vuole fare della propria vita. Ci sono poi i buoni Garth, strenui lavoratori sempre alle prese con problemi economici, il parroco Mr Fearbrother, che mantiene la madre e le zie e per arrivare a fine mese gioca per soldi a carte. Middlemarch è insomma un universo composito e ricco, pieno di umanità e vizi, di brava gente e di figure losche. Dietro le vite impeccabili dei suoi cittadini si nascondono i peggiori peccati, anche quando questi sono certi di agire in piena buona fede e secondo le ipocrite regole dell’Inghilterra rurale.
Il romanzo porta il sottotitolo “Uno studio di vita provinciale” ed in gran parte è proprio questo. La Eliot interviene spesso in modo diretto nella narrazione, commentando le gesta dei protagonisti, come se fosse un’insegnante che commenta una lezione. Anche il linguaggio esprime questo spirito educativo e contribuisce a rendere l’opera particolarmente realista (se si escludono i personaggi buffi di Mr. Brooke e della piccola Miss Noble). I temi che vengono trattati, e che sono imprescindibili dall’intreccio, sono la morale, la religione, la scalata sociale e l’ipocrisia delle convenzioni borghesi, l’avvento della tecnologia in una società rurale, le riforme politiche, il ruolo della donna e come esso si evolve con il matrimonio. Specialmente su questo punto Eliot insiste parecchio. Dorothea è una donna molto moderna (se escludiamo la sua religiosità estrema), che anela a emanciparsi, a crescere e a prendere in mano il proprio destino, specialmente dopo aver sperimentato l’opprimente condizione di moglie di Mr. Casaubon. Eppure proprio sul finale qualcosa sembra andare storto perché Dorothea sacrificherà di nuovo le proprie ambizioni per amore. Questa è una delle critiche che più spesso vengono mosse al romanzo, ma dobbiamo pur sempre ricordare che si tratta di un’opera di fine ‘800, e personalmente l’ho trovata estremamente moderna e diversa rispetto ai soliti romanzi dell’epoca. La mia impressione è stata che laddove finiscono le grandi storie d’amore delle sorelle Brönte o di Jane Austen, lì comincia “Middlemarch”, svelandoci cosa si nasconde dentro i bei palazzi dei ricchi, dentro i cottage decadenti dei poveri, e soprattutto cosa accade alle nostre eroine una volta che si ritrovano con la fede al dito e costrette a fare figli e a rinunciare alle loro esistenze come donne, per diventare “mogli”.
Uno splendido romanzo inglese, pieno di pizzi e tazze di the, lacrime e amori cavallereschi, seppure ben più realistico e meno idilliaco di quanto di certo avete letto fino ad ora e di quanto mi aspettavo. Come tutti i “libroni” va affrontato con pazienza: se si resiste alle prime 100-150 pagine senza abbandonarlo, poi non lo si può più lasciare.

mercoledì 23 ottobre 2013

"La pioggia prima che cada", Jonathan Coe


“La pioggia prima che cada” è un romanzo del 2007 di Jonathan Coe. Non avevo mai letto nulla di questo scrittore nonostante le insistenze di una mia carissima amica che lo ama molto. Ora che vivo a 40 km da Birmingham, nelle sue Midlands, non potevo proprio più tergiversare. E così mi sono lanciata in questa lettura davvero molto piacevole e scorrevole.
Alla morte della sua anziana zia Rosamond, Jill si ritrova col gravoso compito di rintracciare una misteriosa donna a cui la zia era legatissima, Imogen, e consegnarle, oltre alla sua parte di eredità, anche un misterioso pacco con sei audiocassette all’interno. La missione purtroppo si rivela più complicata del previsto, Imogen sembra essere scomparsa nel nulla e pochissime tracce della sua esistenza sono rimaste. Dopo mesi di sconfortanti ricerche, Jill e le sue figlie, Catherine ed Elizabeth, decidono di ascoltare i nastri lasciati da Rosamond: si tratta della minuziosa descrizione di venti fotografie che Rosamond usa come espediente per narrare a Imogen la sua storia e quella della sua cara amica e cugina Beatrix. Jill e le sue figlie si ritroveranno ben presto perse in un racconto che attraversa mezzo secolo, passando da Birmingham allo Shropshire e arrivando a Londra, per poi fuggire lontano, in Canada, e le cui protagoniste assolute sono tutte donne: Rosamond, Beatrix, Rebecca, Ivy, Thea, Ruth, per arrivare alla piccola, innocente e sfortunata Imogen. Si renderanno ben presto conto dei segreti e dei misteri racchiusi in questa storia complicata e triste, fatta di una serie di tragedie concatenate di cui Rosamond, con la disperazione delle sue ultime ore di vita, cerca di trovare un senso, anche se mai una giustificazione. Tra le sue parole si capta la necessità di scorgere, tra le spirali dei destini, un nesso, un filo logico, un perché a cui aggrapparsi per dare significato al tutto. Il mondo descritto da Rosamond è un mondo di donne forti ma allo stesso tempo drammaticamente fragili, donne in cerca di amore, che sembra sempre soluzione alla loro fragilità ma che eppure resta sempre una chimera irraggiungibile, qualcosa di irreale, come la pioggia prima che cada appunto.
Essendo il primo romanzo di Coe che leggo non ho molti metri di paragone. Posso dire che mi ha davvero rapita, l’ho divorato e l’ho amato moltissimo, anche se dal punto di vista emotivo mi ha commossa fino alle lacrime. Le figure femminili che Coe ci racconta sono crudeli, allo stesso tempo vittime e carnefici, ma tristemente vere. Ognuno di noi in esse può trovare una parte di se stesso, vedere, come riflesse in uno specchio, le proprie fragilità e le proprie meschinità. Il motore di tutto l’universo che ci viene descritto è la ricerca dell’amore (e non solo quello passionale), o la sua assenza, e questo rende ancora più semplice il processo di immedesimazione. Si divorano le pagine di questo romanzo sperando che il cerchio dei destini si spezzi e che la catena di dolore si interrompa in qualche modo, ma proprio come nella vita reale, non sempre le storie finiscono con un “E vissero per sempre felici e contenti”. Assolutamente consigliato.

lunedì 14 ottobre 2013

"La Prosivendola", Daniel Pennac


In attesa del film tratto da “Il paradiso degli orchi” (che purtroppo a quanto pare in Inghilterra non verrà distribuito), la Lettura Precaria di oggi è il terzo capitolo della saga della stramba famiglia Malaussène. Dopo aver aiutato a risolvere il caso degli anziani tossicodipendenti di Parigi, di cui inizialmente era stato accusato ne “La fata carabina” (vedi recensione), Benjamin Malaussène torna alla sua vita di sempre in compagnia della sua strana famiglia di orfani, alla sua amata Julie e ai due nuovi arrivati, l’ispettore Van Thian e la piccola e iraconda Verdun, nata da poco e subito abbandonata dalla mamma Malaussène, fuggita a Venezia col suo nuovo amore, il commissario di polizia Pastor. Benjamin però ha un nuovo cruccio, oltre a quello di essere il Capro Espiatorio delle Edizioni del Taglione: Clara, la sua adorata sorella minore, ha conosciuto un uomo e lo sta per sposare, contro la sua volontà. Il suo nome è Clarence (“Clara e Clarence… m’immagino la faccia della regina Zabo se avesse trovato una cosa del genere in un manoscritto! Clara e Clarence! Nemmeno la serie Harmony avrebbe il coraggio di inventarsi una perla simile.”) Sant’Inverno, ha quasi sessant’anni ed è il direttore di un carcere modello parigino. Qui egli porta avanti idee rivoluzionarie sulla detenzione dei criminali, che considera creatori che non hanno trovato un’occupazione, e li indirizza verso le arti. C’è chi dipinge, chi recita, chi scrive e chi suona i più svariati strumenti musicali. Tutto sembra perfetto, meraviglioso e paradisiaco, finché, la notte prima del matrimonio, Sant’Inverno non viene brutalmente trucidato. La famiglia Malaussène è di nuovo implicata in una torva storia di violenza ma questa volta, invece di gettarvisi a capofitto nel tentativo di risolvere il caso, Benjamin e i suoi fratelli decidono, su consiglio del commissario Rabdomant che ormai ne conosce la capacità di ficcarsi nei guai, di dedicarsi a tutt’altra attività: la Regina Zabo infatti chiede a Benjamin di interpretare un famosissimo scrittore, che ha venduto milioni di copie di romanzi molto commerciali, e per questo disprezzati da Benjamin ma adorati dalle sue sorelle. Il vero scrittore d’oro, in realtà un famoso ministro, e vuole rimanere anonimo, protetto dallo pseudonimo J.L.B. e dal volto di Benjamin. L’impresa, che sembra umiliante e svilente come tutti gli incarichi di Capro Espiatorio al Taglione ma parecchio remunerativa, dovrebbe essere uno scherzo per Benjamin, ma ovviamente, quando di mezzo c’è la famiglia Malaussène, nulla è come sembra e i colpi di scena sono dietro l’angolo.
C’è ben poco da dire su questo romanzo sennonché si tratta dell’ennesima bella prova dell’ottimo Pennac, che con la sua ironia e fantasia ci dipinge una famiglia che è tanto splendida e semplice da risultare surreale. Mentre Parigi sembra un Far West di sparatorie, violenza, criminalità e menzogne, il candore estremo e la bontà dei Malaussène sono un faro nella notte, e rappresentano una speranza palpitante e contagiosa. Una serie di romanzi che inevitabilmente ha segnato la storia della letteratura contemporanea e che resta nei cuori dei suoi lettori. 

sabato 28 settembre 2013

"Suite francese", Irène Némirovsky

"Suite francese" è l'ultima drammatica opera di Irène Némirovsky. Questa scrittrice ucraina, ma naturalizzata francese, ha una storia crudele. Visse infatti una vita brevissima e sempre in fuga. Prima il trasferimento in Russia, ancora bambina, poi la fuga nel 1918 a causa della rivoluzione. In Francia essa trovò non solo l'amore ma anche la fama come scrittrice. Con l'avvento della seconda guerra mondiale e con l'ascesa del nazismo, essa fu costretta alla latitanza a causa della propria condizione di ebrea, insieme alla propria famiglia, nella Francia rurale ormai assoggettata ai conquistatori tedeschi. Ma a nulla valse la sua estrema notorietà come narratrice, né la conversione al cattolicesimo o la fuga: nel luglio del 1942 fu arrestata e deportata ad Auschwitz dove morì poco dopo il suo arrivo. Aveva appena trentanove anni. Durante la latitanza la Némirovsky cominciò la stesura di questa sua ambiziosa opera, "Suite Francese", di cui scrisse, e non revisionò, due dei cinque atti che aveva progettato, "Tempesta in giugno" e "Dolce". Si tratta di un romanzo complesso e ricco, una sorta di poema epico di cui la Francia sconfitta e invasa dall'esercito tedesco non solo ne è scenario, ma anche protagonista assoluta. Le vicende hanno inizio nel giugno del 1940, con i parigini in fuga da una città ormai perduta e col nemico alle porte. "Tempesta di giugno" narra di alcune di queste persone fuggiasche ed in particolare della ricca famiglia Péricard, dei piccolo borghesi Michaud e del celebre scrittore Gabriel Conte. Tutti, a loro modo e coi loro mezzi, tentano di fuggire da Parigi per raggiungere il cuore della Francia e scampare all'irresistibile avanzata tedesca. Ben presto conosceranno la fame, la paura, la morte, attraversando una nazione ormai allo sbando, dove nessuna regola morale o legge paiono esistere più. 
Nel secondo atto, "Dolce", lo scenario cambia radicalmente. Siamo a Bussy, un borgo occupato dall'esercito tedesco. la Némirovsky si sofferma a descrivere la dura vita dei poveri, le restrizioni, i duri divieti tedeschi. Ma ci viene raccontata anche quella di cui i libri di storia non parlano, e cioè l'inevitabile integrazione tra occupati e occupanti. I soldati tedeschi oltre ad essere l'incarnazione del nemico, sono ragazzi lontani dalle loro famiglie, che cercano in qualche modo di trovare affetto e simpatia tra gli abitanti di Bussy. I protagonisti di questo atto sono i contadini Labarie, già conosciuti nella parte precedente, e la famiglia Angelier, ricchi borghesi la cui villa viene destinata ad alloggio di un comandante tedesco. Mentre il fedifrago marito è prigioniero di guerra, tra l'infelice Lucile Angelier e il suo ospite, Bruno von Falk, nasce una segreta e scandalosa storia d'amore, fatta per lo più di silenzi. Il romanzo si conclude con i tedeschi in procinto di lasciare Bussy alla volta della Russia, nell'estate del 1941, e con Lucile pronta a partire per Parigi per salvare Benoit Labarie, macchiatosi del delitto di un ufficiale tedesco. 
"Suite francese" fu pubblicato nel 2004 da Denise Epstein, una delle sue due figlie, ritrovato in una vecchia valigia che conteneva i diari, le lettere, le bozze dell'intensissima attività di Irène. Infatti la sua produzione fu straordinaria, la scrittura per lei fu un atto necessario, spontaneo, irrinunciabile, anche quando la carta scarseggiava per via della guerra. "Suite francese" è un romanzo incompleto, ma allo stesso tempo finito. Non sapremo mai nulla dei destini dei personaggi che la Némirovsky ci descrive con tanta solerzia e crudeltà, eppure in parte li possiamo comprendere. Tutti sono in balia della storia e tutti da essa sono spinti a mostrare il loro lato peggiore e bestiale. Solo i Michaud e Lucile paiono conservare la loro umanità, seppur imperfetta. L'odio della Némirovsky per la ricca borghesia francese, per le contraddizioni della sua nazione adottiva, ed in particolare per le donne, trovano perfetta espressione nella sua incontenibile rabbia, che traspira da ogni parola e non è stata limata dalla revisioni.
Un bel romanzo, assolutamente unico nel suo genere, e che ha permesso di ridare meritata notorietà ad una grande scrittrice dal destino sfortunato.

venerdì 20 settembre 2013

“Sotto una cupola stellata – Dialogo con Marco Santarelli su scienza ed etica” Margherita Hack


Margherita Hack, una delle scienziate più “pop” e amate d’Italia, è mancata il 29 giugno di quest’anno. In vita, oltre a essere stata una grande astrofisica, conosciuta anche all’estero come “La Signora delle stelle”, si è sempre espressa su svariati temi, dalla politica alla religione passando per l’etica, in particolare per quanto concerne il rapporto che esse hanno con la scienza. In questo libro-intervista essa si esprime proprio su questi temi: la sua idea di religiosità (essa si definì sempre “atea e laica”, atea in quanto non credeva in dio, laica perché non tentò mai di imporre il proprio punto di vista e rispettò sempre tutte le confessioni, punti di vista e credenze) e i contrasti che i credo religiosi hanno instaurato nei secoli con la scienza, l’etica laica che dovrebbe governare lo sviluppo teorico e tecnologico, il ruolo della politica nello sviluppo di una cultura scientifica che purtroppo in Italia è ancora molto arretrata, il ruolo della donna nel campo scientifico e le possibili soluzioni al problema delle università, ma non solo. Lo sport, il matrimonio, il vegetarianismo, internet e i nuovi social media. Sono pochi gli argomenti su cui la Hack non avesse un’opinione e questo libricino resterà uno dei suoi tanti testamenti morali ed ideologici.
Come donna e scienziata, come “cervello in fuga” da un sistema universitario ormai ridotto in macerie da numerose riforme politiche del tutto catastrofiche (e che a Hack descrive senza troppi giri di parole), non potevo che adorare questo scritto. Una grande collezione di perle di saggezza di una grande donna, cittadina e scienziata, che purtroppo con la sua morte ha lasciato un vuoto incolmabile nella nostra società, soprattutto per la sua immensa capacità di spiegare con parole semplici, e quindi far capire anche a noi profani, le complicatissime leggi che regolano l’universo e le sue adorate stelle.

martedì 10 settembre 2013

"A sud del confine, a ovest del sole", Murakami Haruki

“A sud del confine, a ovest del sole” è un romanzo del 1992 di Murakami Haruki, giunto alle stampe in Italia solo nel 2000 (Feltrinelli) e ristampato recentemente da Einaudi, sulla scia dello strepitoso successo della trilogia “1Q84” (qui la recensione del primo/secondo capitolo e del terzo). Questo romanzo breve (per i canoni di Murakami) fu scritto dopo “Dance Dance Dance” (1988) e soprattutto dopo “Norwegian wood – Tokio Blues” (1987). La storia vede come protagonista un uomo normale dalle qualità comuni (come la maggior parte degli uomini dell’universo di Murakami). Hajime è un figlio unico e crea con la piccola Shimamoto, anch’essa figlia unica e claudicante a causa della polio, un rapporto di splendida amicizia che diventa via via tanto profondo da trasformarsi in un ingenuo e tenero amore. Ma causa del lavoro dei genitori i due bambini vengono separati. Hajime diventa un uomo senza particolari ambizioni la cui vita viene segnata dapprima dalla brutta fine della storia con la sua prima fidanzata Izumi (che gli fa capire che può far soffrire in modo straziante le persone), poi dal matrimonio con una ricca rampolla del quartiere Aoyama, Yukiko, il cui padre permette ad Hajime di avviare due locali di musica jazz molto popolari e trendy. La vita di Hajime sembra perfetta e solida dal punto di vista affettivo e finanziario, sebbene segretamente egli continui a cercare tra la folla delle strade di Tokio la sua amica Shimamoto. È proprio grazie allo straordinario successo dei suoi locali che una sera, seduta al bancone del suo bar, Hajime finalmente ritrova Shimamoto. Il ricongiungimento con il suo amore di una vita non può che spezzare gli equilibri sia materiali che psicologici di Hajime, costringendolo a prendere decisioni strazianti.
In questo romanzo tornano alcuni degli elementi che hanno reso famosi i romanzi di Murakami in tutto il mondo: oltre alla musica (la canzone “South of the border” di Nat King Cole dà il titolo al romanzo), alle figure maschili inette e comuni, troviamo anche donne straordinarie e misteriose, scene di sesso molto particolareggiate e soprattutto il Giappone e Tokio, che sono protagonisti assoluti della sua scrittura. Di nuovo torna l’alone di mistero ma in questo caso non sfocia nella sfera esoterica come per “Dance Dance Dance”. Anche il suicidio, tanto caro a Murakami e problema molto sentito nella società giapponese, viene trattato, ma in questo romanzo in modo più spirituale e meno fisico che in “Norwegian wood”. Per una volta sarete contenti di sapere che non ci sono gatti o pecore tra i protagonisti, né si parla in continuazione di cibo.
La spinta emotiva di questo romanzo è molto forte: l’amore è il motore delle esistenze ma esso pare essere sempre e inesorabilmente connesso con atroci sofferenze. Non pare esistere rapporto equo ed equilibrato, l’amore necessariamente è estremo e conduce al dolore.

Essendo una grande ammiratrice di Murakami (ogni anno incrocio le dita che lui o Roth vincano il Nobel per la letteratura ma non sono mai accontentata), ho apprezzato “A sud del confine, a ovest del sole”, ma non posso negare che non si tratta di certo della sua opera migliore. Non ha la stessa intensità di “Kafka sulla spiaggia”, lo stesso pathos di “Norwegian wood”, la follia di “Dance Dance Dance”, né l’innovatività di “1Q84”. Se non avete mai provato Murakami non vi consiglio di partire da questo romanzo, non rende abbastanza giustizia alla sua maestria di scrittore e alla sua unicità narrativa, pur essendo un buon libro.

venerdì 30 agosto 2013

"L'inverno del nostro scontento", John Steinbeck


Long Island, 1960. Ethan Allen Hawley è commesso di un negozio di alimentari e padre di famiglia amorevole. Conosciuto da tutti per la propria moralità e onestà, Ethan proviene da una ricca famiglia di balenieri ormai decaduta a causa delle ingenti perdite causate da cattivi investimenti da parte di suo padre dopo la Seconda guerra mondiale. L’unica cosa che resta delle passate glorie è la casa padronale in cui vive con la moglie Mary e i due figli adolescenti Ellen e Allen, oltre ad un baule pieno di ricordi e una laurea ad Harvard. Egli pare non avere ambizioni né desideri di rivincita, ma solo un forte senso del dovere e della giustizia. La sua quieta e misera vita routinaria viene però erosa giorno dopo giorno dalle persone che lo circondano: Mary e i due figli non fanno che fargli pesare la loro povertà e loro basso status sociale, il proprietario del negozio in cui lavora e che un tempo era appartenuto agli Hawley, un siciliano di nome Marullo, tenta di insegnargli come ingannare i clienti, il signor Baker, proprietario di una banca ed amico di vecchia data della sua famiglia, lo accusa di non essere intraprendente e cerca di trasmettergli i trucchi per diventare uno spregiudicato uomo d’affari. La profonda nobiltà d’animo di Ethan e la sua estrema serietà gli hanno sempre impedito di comportarsi in modo iniquo o disonesto ma un giorno, esasperato dalle pressioni esterne dei suoi cari e dalla sensazione sempre più pressante di non aver il posto nel mondo che merita, la luce di onestà che lo illumina si spegne improvvisamente ed egli mette a punto uno spietato piano per arricchirsi, sulla base del motto “soldi fanno soldi”.
Steinbeck scrisse questo libro nel 1961 ed è l’ultimo romanzo pubblicato in vita (“In viaggio con Charley” del ‘62 è una sorta di travelogue, un diario di viaggio). Nel 1962 venne insignito del premio Nobel per la letteratura per il suo lavoro che durava ormai da quasi trent’anni. L’attenzione di Steinbeck per i problemi sociali, il fallimento dell’uomo e per i peccati veniali dell’America degli anni Cinquanta e Sessanta, che gli valsero l’onorificenza, sono tutti pulsanti e vivi nella storia di Ethan e delle pressioni che lo stile di vita americano impone ai suoi cittadini. La vera poetica del romanzo è racchiusa probabilmente in questa frase:

“Gli ci volle del tempo per imparare come van le cose in America, ma lo imparò, lo imparò eccome. ‘Bisogna fare la grana. Questo è il punto primo!”. 
Lo imparò. Non è scemo. Stette attento al primo punto.”

Ethan è emblema dell’uomo onesto che viene schiacciato e sconfitto dal sistema. L’unico modo per riscattarsi è il denaro, e questo pare poter provenire solo da atti fraudolenti e disonesti. Rinnegare il proprio onore, la propria coscienza e i propri valori, nonché i propri stessi fratelli, questa la parabola che porta alla ricchezza e al rispetto nell’America di Steinbeck. Ethan ne uscirà distrutto, ma lo capirà troppo tardi e non tanto per la voce della sua coscienza, ormai sopita, quanto nel vedere suo figlio, che ambisce ad una fatua carriera televisiva, imbrogliare e non provare alcun rimorso, e nell’intravedere in quel piccolo mostro ciò che egli stesso è diventato.
Un romanzo di denuncia morale e sociale sullo stile di “Furore”. Una scrittura secca e dura, quasi telegrafica, senza toni apertamente accusatori o moralisti, per lasciar spazio solo ai fatti e alla condanna netta che da essi trapela.